(Versione breve: qui se ne può leggere una versione più dettagliata)
In Italia sono ormai circa 60000 i soggetti che forniscono a titolo
precario almeno il 50% dell’attività scientifica e
didattica prodotta negli atenei e negli enti di ricerca.
Basse retribuzioni, attività svolte in gran parte
gratuitamente, assenza di copertura del welfare, nessuna certezza sulle
prospettive di inserimento professionale, contributi scarsi o nulli:
ecco le condizioni di vita e di lavoro dei
precari della ricerca. L’abbattimento dei costi che deriva
dall’aggressione dei diritti si traduce in un
pesante peggioramento della qualità complessiva del sistema
pubblico universitario. La riforma Moratti – in
continuità con le precedenti politiche universitarie
– non ha fatto che aggravare una situazione già
inaccettabile,
introducendo ulteriori forme di lavoro a tempo determinato (contratti
di ricerca triennali) destinate a sostituire
progressivamente la figura del ricercatore a tempo indeterminato.
Bologna, grande ateneo “di eccellenza”, non
rappresenta certo una realtà in controtendenza. Negli ultimi
anni il ricorso al lavoro precario si è allargato
enormemente. Le figure precarie presenti oggi nel nostro ateneo sono
molteplici:
- Dottorandi con borsa a finanziamento
dell’università e a finanziamento esterno;
- Dottorandi senza borsa;
- Assegnisti di ricerca [Adr] (assegno totalmente
finanziato dall’Università di Bologna,
cofinanziato o a finanziamento totalmente esterno);
- Assegnisti di
ricerca [Adr] con assegno finanziato dal CNR; Borsisti post-lauream e
post-dottorato;
- Collaboratori coordinati e
continuativi, a progetto ed occasionali;
- Professori a contratto;
- Ricercatori in formazione;
- Cultori della
materia;
- Specializzandi.