Block U
Block the University to make a general strike!!
Bloccare l’università il 9 novembre per generalizzare lo sciopero.
Nella metropoli come unità produttiva lo sciopero non può non esprimere
conflitto all’interno dell’Università, all’interno cioè
di uno dei punti focali del governo della forza-lavoro cognitiva.
Dai numeri chiusi al sistema dei debiti formativi il percorso della formazione
è governato da filtri mobili e modulari, il controllo della forza lavoro
si dà tra la necessità di un’inclusione di massa all’interno
dei processi formativi e una continua selezione “a collo di bottiglia”.
Chiudere l’università -fabbrica della conoscenza- significa quindi
praticare lo sciopero in un punto chiave della produzione cognitiva
Bloccare l’università quel giorno è bloccare un dispositivo,
un punto di snodo dei flussi comunicativi, in cui le energie, le capacità,
le vite stesse dei soggetti che quotidianamente la attraversano vengono distribuite,
amministrate, gerarchizzate, precarizzate.
Significa rompere per 24 ore questi meccanismi di assoggettamento rivendicando
con forza l’autonomia della cooperazione sociale, vera ricchezza, continuamente
sottratta e mai retribuita.
La stessa autonomia che si fa progetto nei percorsi di autoformazione, nelle battaglie
per l’ autogestione dei percorsi formativi, nella liberazione dei saperi
dalle gabbie del copyright.
Significa essere in grado di generalizzare uno sciopero generale, ovvero di renderlo
diffuso. Farlo straripare, dargli una caratterizzazione aperta e trasversale in
cui gli studenti, gli universitari, i ricercatori siano protagonisti.
Intendere lo sciopero come sociale ci apre la possibilità di mettere in
campo pratiche conflittuali là dove ogni giorno rivendichiamo e conquistiamo
spazi di autonomia, connettere le resistenze in progetto comune. Studenti e ricercatori
precari in sciopero contro le politiche economiche e sociali del governo Prodi,
un governo contro i precari e contro il mondo della formazione.
Una giornata di lotta all’università per affermare, ancora una volta,
che per l’ accademia feudale governata dai baroni e dalla miseria del loro
potere non c’è futuro. Che l’unica università possibile
è quella che vive dentro i progetti di ricerca e nelle pratiche di autogestione
del sapere vivo.
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