Dibattito su: Facciamo un sindacato?
Interventi di: andrea capocci, luigi valbonesi, renato foschi, anna borghi, marco bassi, stefano scardigli, marco picariello, michele gianfelice, manuela, luca leuzzi, paolo ariano, rita clementi
From: andrea.capocci@gmail.com
Ieri il sottosegretario all'economia Alfiero Grandi ci ha invitato per esprimere
la sua solidarieta' e il suo interesse per il settore dopo la manif dell'11
marzo. Nonostante l'invito partisse da lui, non si e' nemmeno presentato e ha
mandato una sottosegretaria del sottosegretario. Cmq, dopo l'incontro al ministero
dell'11, io comincio ad avere un'idea abbastanza precisa della situazione, anche
se spero di sbagliarmi.
Se nel futuro ci saranno provvedimenti di lotta alla precarieta', per forza di cose si concentreranno sugli EPR: li' i TD ci sono, sono alcune migliaia e sono gia' pagati dagli enti. Se non si mette in mezzo la Corte dei Conti, i TD degli EPR saranno stabilizzati ex lege dal 520 (chi non sara' stabilizzato, non sara' nemmeno cacciato). E la spinta propulsiva degli enti potrebbe finire presto.
Per l'universita' la situazione e' assolutamente oscura. Non c'e' un monitoraggio del settore. Se per caso facessimo una lotta durissima di mesi, otterremmo forse 5000 concorsi. Al momento, servirebbero per stabilizzare i raccomandati e quelli gia' ben integrati. E una vittoria di questo tipo, per quanto fantascientifica, chiuderebbe il discorso precarieta' senza risolvere nulla.
La politica non ha idea della precarieta' nell'universita', e l'universita' non gliela vuole dare. Il caso dei docenti a contratto e' paradigmatico: anche con tutto il tesoretto a disposizione, oggi non c'e' nemmeno un quadro normativo che permetta di considerarli tra i precari da stabilizzare. Perche' l'universita' funzioni come funziona oggi, e' necessario che questa ampissima fascia di "sommerso" rimanga tale e si riduca per consunzione, con buona pace della "societa' della conoscenza". Le altre forme di precarieta' (di docenza e di ricerca) nell'uni non sono in una situazione molto migliore. Chiamiamole tutte "docenti a contratto", per comodita'. Credo che il piano sia questo: stabilizzarne pochi per il futuro, per riprodurre una classe dirigente dell'universita', e la fascia dei designati e' gia' abbastanza abbondante; cacciarne molti, man mano che la formazione pubblica perde peso sociale.
Oggi, percio', piu' che chiedere soldi e concorsi, e' piu' importante che le rivendicazioni provengano dai soggetti che devono "emergere" da questo sommerso; perche' solo se e' chiaro da chi vengono le rivendicazioni si capisce qual e' la vera natura della destrutturazione dell'universita' e si puo' creare un terreno politico per eventuali rimedi. Serve, percio', che le mobilitazioni prossime venture puntino a evidenziare le condizioni di lavoro dei docenti a contratto, e pongano il problema del loro inserimento in un quadro di diritti (negati) che non sia ricerca dell'assistenzialismo, ma premessa di un rilancio vero dell'istruzione pubblica.
Pero' la strada mi pare sbarrata:
- gli studenti assistono passivamente alla destrutturazione dell'universita' e non mettono davvero in discussione in 3+2. E fra poco gli studenti piu' svegli smetteranno di perdere tempo prezioso all'universita' attuale. Domani Mussi andra' tranquillamente a Londra a festeggiare il 3+2 con l'UE.
- i contrattisti ormai lavorano all'uni tranquillamente al nero, o gratis, e hanno di solito un altro lavoro, sottoqualificato, di cui vivere. E hanno rinunciato a legare le loro aspettative alla loro qualificazione. Sono precari di ultimissima generazione: colti, intermittenti, senza un percorso di carriera e pauperizzati.
- la distruzione dell'universita' nel frattempo procede. Le facolta' sono frequentate da zombie che insegnano e che studiano: entrambi perdono tempo, e appena se ne accorgono scappano a gambe levate. Ma anche questo non e' un problema, anzi: e' il fine delle politiche attuali sull'universita'. Anzi, chiude il cerchio: destrutturazione > precarizzazione > dequalificazione > desertificazione > destrutturazione.
In questo settore, dunque, servirebbe un intervento politico e sindacale ai massimi livelli di capacita', di un sindacato davvero all'altezza della forma del lavoro attuale: che non si balocchi in fughe analitiche da "societa' della conoscenza" ne' che ritenga la precarieta' una malattia risolvibile con la "ripresa" e i tesoretti.
[Sindacati, partiti e soprattutto i movimenti sono pieni di gente che sproloquia di precarieta' nelle societa' avanzate, facendo capire di aver capito la questione; ma proprio sul terreno dell'universita' mostra la mancanza di volonta' reale di intervento, temendo il fallimento, e si masturba di slogan funzionali solo all'inazione e alla riproduzione del ceto politico; con il non trascurabile problema di evitare vent'anni di carcere].
E' un sindacato che non c'e' nemmeno altrove, nel mondo del lavoro. Il settore e' talmente difficile (ma affascinante per me: il problema e' che si vive una volta sola) che, anzi, i sindacati vi inviano il personale meno capace: tanto e' una perdita di tempo.
E' un sindacato che sappia cogliere i bisogni reali (materiali e culturali) di questa classe iperformata e cogliere il terreno giusto su cui spenderli, che in questo momento non passa certo dalle stabilizzazioni governative. E altri governi, tra l'altro, di stabilizzazioni non vogliono nemmeno sentir parlare.
E' un sindacato che sappia essere affascinante per cervelli desiderosi per cambiare i rapporti di forza nell'accademia ma consapevole che di questi cervelli non c'e' piu' bisogno e che la crisi non riflette solo i rapporti di forza interni all'universita'.
Questo sindacato non c'e'. Dovrebbe nascere qualcosa del tipo IWW (quello di "pane e rose") proprio da noi, ma mi pare evidente che non ne siamo capaci: ne' chi continua ad auto-organizzarsi come a Roma, ne' chi e' entrato nella CGIL come a Napoli.
Si puo' tentare la via giudiziaria, perche' forse c'e' materia per esposti all'ispettorato del lavoro: nei call center ha funzionato, ma senza l'intervento politico precedente rischiamo di cadere nel vuoto e di farci linciare. Sinceramente, la vedo davvero oscura, nonostante l'11.
Questa, secondo me, e' la sfida. Una sfida di fronte alla quale anagrafi, sit-in ministeriali, alleanze con gli EPR, tavoli di concertazione e equilibri di governo sembrano davvero armi spuntate. A me pare che le cose stiano cosi: o facciamo IWW (in un sindacato, in un collettivo, in un black block e' assolutamente ininfluente: ma ci vuole umilta' e fantasia), o chiudiamo.
Forse, qualcosa del genere esiste a Milano, e si chiama Chainworkers. Fanno tutto: dalla vertenza nel call center e negli aeroporti, alla trattativa con Damiano, alla MayDay. Ma proprio il fatto che quasi nessuno di noi ne avra' sentito parlare fa capire che si tratta di un'esperienza minore e probabilmente non riproducibile nei centri del sapere. Solo la mia ripulsa per l'apocalittismo e per il vittismo mi obbliga a considerarli, perche' non vedo molto altro ma qualcosa voglio vedere a tutti i costi. Ma cmq aiuta poco.
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From: "Luigi Valbonesi" <luigi.valbonesi@etec.polimi.it>
Urka!
Sono d'accordo al 100% Facciamolo noi il sindacato che ci vorrebbe! A Milano stiamo prendendo parecchi contatti in giro (grazie soprattutto alla mitica Rita) per creare una sorta di rete di appoggio...La rete come un vero sindacato! Sarebbe un sogno! Un sogno che ho nel mio piccolo proposto molte volte. Chissà che ora non ci si riesca? E l'analisi della situazione temo che sia corretta...
Luigi
precario incazzato ma un po' meno scazzato
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From: renato foschi <renatofoschi@hotmail.com>
> Se nel futuro ci saranno provvedimenti di lotta alla precarieta', per
forza di cose si concentreranno sugli EPR: li' i TD ci sono, sono alcune
> migliaia e sono gia' pagati dagli enti. Se non si mette in mezzo la Corte
dei Conti, i TD degli EPR saranno stabilizzati ex lege dal 520 (chi non
> sara' stabilizzato, non sara' nemmeno cacciato). E la spinta propulsiva
degli enti potrebbe finire presto.
Questa cosa si era capita. Stabilizzare i contratti a tempo determinato.In teoria è l'attuazione della finanziaria 2006.
> Per l'universita' la situazione e' assolutamente oscura. Non c'e'
un monitoraggio del settore. Se per caso facessimo una lotta durissima di
> mesi, otterremmo forse 5000 concorsi. Al momento, servirebbero per stabilizzare
i raccomandati e quelli gia' ben integrati. E una vittoria di
> questo tipo, per quanto fantascientifica, chiuderebbe il discorso precarieta'
senza risolvere nulla.
Il punto sui concorsi è che attualmente non c'è una nuova normativa.La normativa presentata è in fase di stallo.L'accorpamento delle macroaree si allarga a macchia d'olio 70, 80, 90, 100, 130...alla fine rimarranno 370.In teroia dovrebbero esserci 2 tornate concorsuali all'anno ma già quest'anno è andato a farsi f. Con la nuova normativa si aprirebbero spazi nuovi di azione politica che ora sono quasi totalmente chiusi.
> Oggi, percio', piu' che chiedere soldi e concorsi, e' piu' importante
che le rivendicazioni provengano dai soggetti che devono "emergere"
da questo sommerso; perche' solo se e' chiaro da chi vengono le rivendicazioni
si capisce qual e' la vera natura della destrutturazione dell'universita' e
si puo' creare un terreno politico per eventuali rimedi. Serve, percio', che
le mobilitazioni prossime venture puntino a evidenziare le condizioni di lavoro
dei docenti a contratto, e pongano il problema del loro inserimento in un quadro
di diritti (negati) che non sia ricerca dell'assistenzialismo, ma premessa di
un rilancio vero dell'istruzione pubblica.
Non credo che la battaglia vada condotta solo sui docenti a contratto! Anzi... occorre mettere il luce che le università usano varie forme di contratti parasubordinati che schematizzerei così
Prof. a contratto (il malcapitato può scegliere fra parasubordinato o pagamento tipo libero professionista con partita IVA!!!!).
Assegnisti (contratto parasubordinato con agevolazioni fiscali)
Contratti parasubordinati della ricerca in genere
Dovremmo richierdere interventi su questi settori.
> Pero' la strada mi pare sbarrata:
Pure io la vedo molto difficile.
> - gli studenti assistono passivamente alla destrutturazione dell'universita'
e non mettono davvero in discussione in 3+2. E fra poco gli studenti piu' svegli
smetteranno di perdere tempo prezioso all'universita' attuale. Domani Mussi
andra' tranquillamente a Londra a festeggiare il 3+2 con l'UE.
>
Gli studenti sono una cosa differente dai ricercatori precari. Gli studenti si muovono su logiche molto differenti (carovita, caro affittti, facilitazioni varie...)
> - i contrattisti ormai lavorano all'uni tranquillamente al nero, o
gratis, e hanno di solito un altro lavoro, sottoqualificato, di cui vivere.
E hanno rinunciato a legare le loro aspettative alla loro qualificazione. Sono
precari di ultimissima generazione: colti, intermittenti, senza un percorso
di carriera e pauperizzati.
>
Allora chiediamo un DDL che regoli il lavoro gratis all'università e che vincoli ad uno stipendio sicuro e netto i professori a contratto. Diciamo minimo 6000 euro all'anno? Chiediamo uno specifico intervento del "compagno" Mussi, un decreto sulla ricerca e sull'insegnamento universitario in nero.
> - la distruzione dell'universita' nel frattempo procede. Le facolta' sono frequentate da zombie che insegnano e che studiano: entrambi perdono tempo, e appena se ne accorgono scappano a gambe levate. Ma anche questo non e' un problema, anzi: e' il fine delle politiche attuali sull'universita'. Anzi, chiude il cerchio: destrutturazione > precarizzazione > dequalificazione > desertificazione > destrutturazione.
Io frequento molto l'università ma non mi sento uno Zombi eppure capisco quello che vuoi dire. Personalmente credo di avere più conoscenze (di essere anche più noto) all'estero per le cose di cui mi occupo che a Roma! Eppure abito a Roma e insegno a Roma e faccio ricerca a Roma! Questo perché non abbiamo nessuna rappresentanza negli organi accademici e non contiamo praticamente un c...o.
> In questo settore, dunque, servirebbe un intervento politico e sindacale
ai massimi livelli di capacita', di un sindacato davvero all'altezza della forma
del lavoro attuale: che non si balocchi in fughe analitiche da "societa'
della conoscenza" ne' che ritenga la precarieta' una malattia risolvibile
con la "ripresa" e i tesoretti.
> ...........................
> Questa, secondo me, e' la sfida. Una sfida di fronte alla quale anagrafi,
sit-in ministeriali, alleanze con gli EPR, tavoli di concertazione e equilibri
di governo sembrano davvero armi spuntate. A me pare che le cose stiano cosi:
o facciamo IWW (in un sindacato, in un collettivo, in
> un black block e' assolutamente ininfluente: ma ci vuole umilta' e fantasia),
o chiudiamo.
> Forse, qualcosa del genere esiste a Milano, e si chiama Chainworkers. Fanno
tutto: dalla vertenza nel call center e negli aeroporti, alla
> trattativa con Damiano, alla MayDay. Ma proprio il fatto che quasi nessuno
di noi ne avra' sentito parlare fa capire che si tratta di un'esperienza
> minore e probabilmente non riproducibile nei centri del sapere. Solo la
mia ripulsa per l'apocalittismo e per il vittismo mi obbliga a
> considerarli, perche' non vedo molto altro ma qualcosa voglio vedere a
tutti i costi. Ma cmq aiuta poco.
Sull'ultima parte della tua analisi mi permetto di dissentire. Il precariato nel mondo della ricerca è un precariato differente da quello dei call center. Non perché voglio differenziarmi ma perché è così nella realtà dei fatti. Personalmente credo che il nostro obiettivo è la stabilizzazione e non solo l'aumento delle tutele fiscali previdenziali o assistenziali in quanto parasubordinati. Credo che dovremmo sforzarci di più nell'analisi del nostro contesto e la RNRP spesso è troppo legata ai movimenti.
Mi spiego:
Credo che sia utile una analisi dei sistemi universitari nazionale ed internazionale
Credo che dovremmo promuovere una rete di autoaiuto per coloro che effettivamente fanno ricerca e che non hanno contratti
Credo che dovremmo promuovere una analisi critica dell'editoria scientifica e delle corporation che si muovono nell'edtoria scientifica (Thomson Corp.)
Credo che dovremmo parlare di più di scienza e di anaisi scientifica della società
Per scienza non intendo assolutamente una concezione sperimentale di ogni cosa
Per scienza si intende concezione critica anche degli approcci empirici che sembrano scientifici ma che non lo sono affatto!
Alla fine la piattaforma di rivendicazione è semplice
Stabilizzazione per i Contrattisti e assegnisti
Valorizzazione per i docenti a contratto con richiesta di un decreto ad hoc per loro. Non è possibile che si voglia risolvere il problema solo con il DDL sulle classi di laurea che per questo è stato bloccato dalla Corte dei Conti.
Mi spiego la Corte dei Conti ha bloccato il decreto sule classi di laurea perché impedirebbe alle università private di derogare alla norma 50% dei contratti e 50% di strutturati. Quindi impedirebbe alle università private (per lo più cattoliche) il ricorso ad un enorme massa di contrattisti "qualificati" (cioè per lo più gli stessi prof. delle uni pubbliche).
Ma su questo la RNRP non ha preso parola.
Credo perché forse c'è un po'di difficolta della rete dei ricercatori con la analisi della realtà specifica della università (a parte qualche caso come gli amici napoletani che su questo sono disponibili).
I precari degli enti sono molto più in gamba di quelli dell'università nel proporre questa analisi critica e forse per questo otterranno molto più degli universitari.
Comunque caro Andrea credo che tu sei una delle persone più adatte a fare politica in questo ambito.
E ti ringrazio per l'impegno che ci metti.
Fraternità
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From: "Anna Borghi" <annamaria.borghi@unibo.it>
Considerazioni sparse a proposito della mail di Andrea, anche alla luce degli
ultimi eventi di cui ho avuto esperienza, qui a bo ma non solo. Ieri in alcuni
bolognes siamo stati ad un'assemblea indetta dall'FLC. Assemblea disertata da
tutt*. Ovviamente siamo abituati a assemblee mal riuscite, ma in qualche misura
la totale assenza di partecipazione (a noi PROPRIO cosi' non era mai successo)
mi ha sorpreso. Non ci siamo neppure sentiti bene perche' l'assemblea era stata
indetta dall'FLC e non da noi, avremmo preferito fiumi di persone cui trasmettere
contenuti magari piu' radicali (o magari no). Ritengo cmq che l'esito di questa
assemblea, magari anche solo casuale, faccia riflettere. E' chiaro che la capacita'
di mobilitare le persone di funzionari esterni non puo' che essere inferiore
a quella di chi sta dentro le situazioni, le conosce e le vive.
Torno alla proposta (era una proposta?) di andrea. Fare un sindacato, essere in grado di coniugare la capacità di curare gli aspetti vertenziali con quella di provocare/suscitare movimenti e' chiaramente un'ipotesi affascinante. E', credo, o forse l'ho solo sognato, l'ipotesi su cui stiamo lavorando da tempo. In fondo, in questi anni abbiamo cercato di fare vertenze, provocare mobilitazioni, andare ai tavoli, rapportarci tra equilibrismi vari (in questo caso non attribuisco al termine equilibrismo una connotazione negativa) con i sindacati esistenti. Al contempo, abbiamo cercato di suscitare una riflessione piu' approfondita sulla conoscenza, sui saperi, sull'universita' e il sistema di istruzione pubblica, etc etc. E l'abbiamo fatto da dentro, non in quanto funzionari esterni.
Abbiamo cercato di farlo, sinceramente non credo ci siamo riusciti. Soprattutto secondo me non siamo riusciti a proporre qcosa di alto, ad esempio a lanciare una riflessione critica sul sapere le sue modalita' di trasmissione etc etc (d'accordo con Renato: dovremmo parlare di piu' di scienza). Le vertenze magari le abbiamo anche curate, senza vincerle.
Intendiamoci: non voglio fare bilanci o proporre pessimismi, non ha nessun senso. Vorrei piuttosto quello che forse tutti vogliamo, ovvero rilanciare.
Allora ho un po' di domande da fare.
La prima domanda: qual e' la differenza? Non lo stiamo facendo da tempo (il sindacato)? Male, con poche competenze (parlo per me), improvvisando, ma da tempo? Che significa "fare un sindacato"? Semplicemente diventare consapevoli di quello che in realta' gia' siamo? Oppure significa strutturarci? Come, in che modo? (E perche'?) Se fare sindacato e' diventare piu' consapevoli di quanto siamo e stiamo facendo, esplicitarlo, ci sto.
La seconda domanda: ne abbiamo le capacita'? Le competenze "tecniche"? (questo in fondo mi sembra meno preoccupante, riguarda gli aspetti piu' vertenziali di questo ipotetico sindacato, le competenze tecniche si formano) Ma quelle teoriche? Vogliamo parlare piu' di scienza: siamo in grado di farlo?
La terza: nonostante l'11, crediamo davvero di avere la forza? Ripropongo il problema in altri termini. Se vogliamo fare un sindacato che sia anche movimento, allora dobbiamo avere forza e capacita' di mobilitazione. Riuscire a fare la MayDay e le vertenze nei call center. Non sono pessimista, forse perche' anche io "qcosa voglio vedere a tutti i costi", ma il problema sta li'. Pensiamo che l'idea di fare sindacato ci darebbe forza e progettualita' maggiori? (Mi piace sognarlo, ma non ne sarei cosi' certa).
La quarta: siamo in grado di cogliere le istanze profonde di chi vogliamo rappresentare? Possiamo dotarci di strumenti per capirle meglio, queste istanze? Ci sono sicuramente dei bisogni altri che vanno colti e capiti, e su cui non abbiamo lavorato. Che sono, o possono essere, bisogni condivisi da altri che lavorano in contesti differenti. Dall'auto-aiuto al bisogno di conoscenza. Qui non concordo con Renato. E' vero, ci vuole un'analisi approfondita del ns contesto, ma credo sia indispensabile raccordarci con altre realta'. Sia perche' questo ti da' forza (e perche' il ns contesto e' particolarmente difficile), sia perche' e' chiaro che ci sono istanze che accomunano ampi strati di chi, in modi e contesti diversi, ha a che fare con il mondo della conoscenza. Per questo non e' vero che la rnrp e' troppo legata ai movimenti.
Un'ultima cosa su come intendo io il fare politica (forse non si chiama nemmeno far politica, insomma fare cio' che stiamo facendo). La spinta che porta a muoversi non e' risolvere i problemi qui ed ora, ma adottare un metodo per affrontare (risolvere e' parola grossa) i problemi sempre. Non e' con le norme sul reclutamento o i cavilli relativi alle stabilizzazioni che riusciremo a spostare di una virgola la situazione nelle universita', questo credo sia chiarissimo. L'obiettivo vero e' fare in modo che, al di la' della norma specifica che in questo specifico momento vogliono propinarci, ci siano persone (noi, e altri noi) che su quella norma riflettano, e non solo su quella ma anche su quella successiva, che riescano a inquadrarla in una visione d'insieme. Insomma vincere non significa vincere la battaglia del reclutamento o della stabilizzazione (non fraintendete, non le sottovaluto affatto) ma fare in modo che alla prossima questione relativa al reclutamento o simili ci sia qcun* che se ne pre-occupa.
Baci, buonanotte e grazie degli spunti anna
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From: "Marco Bassi" <bassimarco@tiscali.it>
Anch'io penso che la costituzione di un sindacato specifico sulla ricerca
e docenza universitaria sia un'assoluta priorità, tanto più se
nasce dalla RNRP che da anni riflette sia sui temi vertenziali che sull'analisi
problematica più profonda, se parte da un'esperienza di base come la
nostra e se rimane perfettamente autonoma dai partiti. Vero, come dice Anna
Maria, che le vertenze sono tutte fallite, ma forse prorpio perché la
Rete non è strutturata come un sindacato, e non è considerata
tale dal di fuori.
Però ci sono componenti essenziali, come il collegamento ai movimenti
e l'interconnessione ad altre realtà sostenute da Anna Maria, e l'analisi
più
profonda di cui parla Renato, che non si addicono a una struttura sindacale,
ma prorio ad uno spazio di comunicazione e interconnessione quale è la
RNRP.
Le due realtà non devono essere viste in alternativa: la RNRP può
costituire il sindacato (mi auguro il più velocemente possibile)con un
nome diverso
(per esempio Sindacato Nazionale Ricercatori e Docenti Universitari Precari
- con statuto che permetta di restare anche dopo l'entrata in ruolo) e restare
in 'Rete'.
Rispetto alla piattaforma in erba di Renato, sul punto 'Allora chiediamo un DDL che regoli il lavoro gratis all'università e che vincoli ad uno stipendio sicuro e netto i professori a contratto', sono certo d’accordo, ma lancerei il motto
"Nulla sotto la soglia della povertà"
Per cui 6000 euro all'anno mi sembrano davvero pochini. Credo che non bisognerebbe
accettare nulla sotto i 1000 Euro al mese netti, + rimborso
spese eventuali di viaggi, facilitazioni nella residenza fuori sede, o quantomeno
facilitazioni fiscali su queste spese. Se dovessero restare soluzioni part-time,
allora si potrebbe ridurre di conseguenza, ma con forme opportune di negoziazione.
Se è vero, come penso sia vero, che il disegno generale è la
demolizione del sistema pubblico per obbligare chi può a pagare le rette
delle università
private (guardate che non ci sono solo le cattoliche, ma anche le università
straniere), la costituzione di un sindacato nazionale che difenda i
lavoratori d'intelletto in questi contesti è un'assoluta necessità.
Saluti Marco Bassi
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From: Stefano Scardigli <s.scardigli@libero.it>
Salve a tutti, naturalmente sono un precario e naturalmente lavoro
per una universita' (Tuscia di Viterbo). Qui da noi (circa 200 precari in tutto
l'ateneo) ci siamo dati da fare un sacco: abbiamo una associazione, abbiamo
fatto una ricerca "sociologica" sui precari, abbiamo fatto assemblee,
scritto al rettore, etc. Una nostra delegazione ha perfino parlato con Mussi
in visita per l'inaugurazione dell'anno accademico!
Molto del personale strutturato e "con noi" per modivi ideologici
o nostalgie rivoluzionarie. Seguo silenziosamente da mesi questa mailing-list,
condividendo o meno le varie questioni.
Questo post di Andrea mi spinge tuttavia ad intervenire per le seguenti ragioni:
1) condivido praticamente tutto dell'analisi di Andrea
2) non sono d'accordo con la via d'uscita proposta
Chiaramente oramai ci dobbiamo rendere conto che il problema vero non e' "la condizione dei precari" o "l'esistenza dei precari" all'interno dell'università: il problema vero e' come si stà sgretolando l'università, la ricerca, la Cultura in Italia.
Penso che da precari ci siamo illusi di poter risanare l'Università
partendo dal basso e credo che la proposta della creazione di un nuovo sindacato
insista purtroppo nella nello stesso percorso: in realtà finche' si continuerà
a fare ricerca (e Cultura) "su progetto" continueranno ad esistere
i lavoratori "su progetto".
La vera rivoluzione la dovrebbe fare l'apparato di "strutturati" che oramai languono in totale depressione nelle strutture pubbliche (sono d'accordo: un'ora di lezione all'università, erogata o subita, e' un'ora persa), ma che tuttavia avrebbero le spalle coperte dal contratto a tempo indeterminato (scheletri nell'armadio a parte).
In conclusione, accanto alla proposta della creazione di un nuovo sindacato vorrei aggiungerne una leggermente diversa: e se diventassimo una "Azienda"?
Provo a spiegare quello che ho vagamente in mente. Costruiamo una struttura organizzata in cui i precari sono soci/dipendenti e che fornisce servizi di ricerca-didattica-consulenza alle Università.
1) il contratto di lavoro viene discusso da una Azienda di livello nazionale e non dal singolo precario (perdonatemi ... scoglionato)
2) l'Azienda non e' coinvolgibile nelle beghe dei concorsi in quanto spersonalizza il rapporto barone-nipote.
3) l'Azienda garantisce (a suo rischio) la qualità del lavoro prestato e presenta un "impact-factor" _strabiliante_ rispetto a quello del singolo nomade precario
4) l'Azienda non è detto che debba necessariamente lavorare solo per l'Università o gli enti di ricerca: una volta che avranno finito di distruggere la ricerca pubblica in Italia, l'Azienda potrà collaborare con chi vorrà fare ricerca, anche privata, anche all'estero...
Tutto cio' vi pare una follia?
Stefano Scardigli
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From: Marco Picariello <Marco.Picariello@le.infn.it>
A me sembra geniale :-)
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From: andrea.capocci@gmail.com
Mi preme una precisazione. La mia mail non era un appello a darsi una
struttura sindacale. Ho scritto "dobbiamo fare il sindacato che non c'e'"
e questo puo' aver sviato. D'altronde, ho scritto anche che l'importante non
e' la struttura sindacale, o collettivistica o da black block: non e' affatto
quella la priorita'.
Non a caso ho citato IWW (mi riferivo a quello di inizio secolo): era un sindacato, ma fu un'esperienza felice soprattutto perche' seppe fare molto altro, rispondendo ad esigenze che spesso esulavano dai diritti sul lavoro, affascinando e intercettando istanze di cambiamento anche molto lontane dal mondo del lavoro. IWW divenne una sigla buona per cantanti alternativi, donne, immigrati, barboni, vagabondi e intellettuali. In un mondo in cui si moriva di fame, le donne di IWW chiedevano "bread, and roses too". http://en.wikipedia.org/wiki/Industrial_Workers_of_the_World
E il riferimento ai Chainworkerz (da non ingigantire, era solo un esempio) va nella stessa direzione.
Percio' la mia mail non era un appello a ragionare sull'organizzazione, ma sulle priorita' che secondo me oggi si pongono, e sulla difficolta' di essere all'altezza. Questo impone di intrecciare tanti linguaggi, quindi davvero poco importa la questione di un sindacato, di una rete, un black block, di un'associazione culturale. Certo, l'azienda la vedo "ardua"
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From: luigi.valbonesi@etec.polimi.it
Molto interessante!
Ampliata come idea arriva all'idea di fare un'Università nostra...
Potrebbe essere una conseguenza.
Luigi Precario incazzato
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From: Michele Gianfelice <gianfelice@calvino.polito.it>
<Certo, l'azienda la vedo "ardua"
magari una cooperativa sarebbe meno "ardua", chissà, mi pare che a rm qualche tempo fa circolassero idee similari... ma forse mi sbaglio.
m.
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From: andrea.capocci@gmail.com
No, hai ragione. Ma in realta' non e' mai stato realizzato nulla in
questo senso. Cmq io la vedo "ardua" ma se qualcuno ce la fa sono
contento
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From: "manudero@tiscali.it" <manudero@tiscali.it>
Sono daccordo!
Molte "categorie" si sono salvate, o sono riuscite ad andare avanti
consorziandosi o facendo cooperativa. Forse può essere anche il nostro
caso. Cooperativa Ricercatori e Docenti Precari? ...Ok il nome verrà
più avanti...
La stipula di contratti di tipo "collettivo", supportati da un'organizzazione
di categoria, potrebbe aiutarci a dettare NOI le condizioni, e non a subire
quelle imposte dagli ALTRI (vedi EPR, Uni e Enti vari). E poi eliminerebbe l'impenetrabile
giungla dei contratti co.co.co. co.co.pro (come diceva un precario dell'ARPA
"La gallina dalle uova d'oro) e i vari assegni.
Appoggio la mozione
Manuela
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From: "Ugo Rossi" <urossi@hotmail.com>
andrea,
ma che vuol dire questa marcia indietro? "lanci la petrella e annascondi la manella" come si dice a Napoli?
c'avevi fatto sognare per un attimo.. ricordo già se ne parlò un anno o due fa (ho perso il conto in questa sorta di moratoria psico-temporale che è la precarietà). allora dicemmo "associazione nazionale di difesa degli interessi", ora tu riesumi l'idea virniana* del sindacato IWW. Interessante, ma perché poi ritratti?
U
* per i meno avvezzi: il filosofo di area "autonoma" Paolo Virno scrisse nell'ormai lontano '99 un interessante documento, a firma collettiva, sull'ormai defunta (è così?) rivista Derive Approdi in cui delineava i lineamenti di un possibile sindacato rivoluzionario degli Immaterial Workers of the World, ispirandosi ai leggendari IWW americani. La proposta non ebbe mai seguito, se non in alcune esperienze locali.
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From: "Luca Leuzzi" <luca.leuzzi@roma1.infn.it>
La cooperativa.....
il sindacato (rsu, ...rsa... vi ricordate?) eh... quante nottate, quante assemblee
a discuterne-....
E l'anti-cepu? E la garanzia di continuità di reddito per i precari nei
periodi non contrattualizzati?
E i sogni anacro-sindacalistici?
E l'IWW?! Sigh! che bello, c'ho pure il poster in casa, stasera me lo rimiro.
E' bellissimo (ri)leggere tutto questo. E l'analisi di Andrea, seppur spietata,
mi sembra lucida e realistica. Sono contento, moltissimo,
che sia arrivato ad una posizione del genere. Inutile dire che la condivido.
La condividevo ancor prima che la condividesse lui ; ).
E siccome sono tutti (quasi) d'accordo e tutti quelli intervenuti hanno rilanciato
con idee varie ma in perfetta sintonia con l'idea di
base (che lo sbocco sia il sindacato, azienda, cooperativa o altro poco importa)
[mi verrebbe anche da dire perché non comportarsi come
stakeholders ed intervenire a piedi giunti nella discussione della new governance
dell'università... ma copierei vecchi interventi non miei]
mi tocca fare l'avvocato del diavolo.
A prescindere dalla modalità, credo di non sbagliare se dico che leggo
voglia di ORGANIZZAZIONE. Infatti il motto di IWW era
IT'S TIME TO ORGANIZE, se non sbaglio di nuovo (stasera controllo sul poster).
Bene, bellissimo...
Magari sul "TIME" avrei delle cosucce da ridire ma ora voglio tralasciare
e prendere a cuore e sul serio la questione (un manipolo di noi leggenti la
prese già sul serio in passato, ma il massimo che ne uscì fu un'associazione
locale mai realmente partita per le mancata volontà di gran parte dei
suoi costituenti). E', infatti, una questione cardine. Troppo importante.
Prima di discutere il come, però, vorrei capire ... chi si organizza?
Quelli di noi che scrivono su dibattito? O quelli che leggono? Quelli di noi
che organizzano manifestazioni e assemblee (o ci partecipano?)
Quelli di noi i cui numeri di telefono sono nelle agendine delle segretarie
dei parlamentari, dei sottosegretari e delle commissioni parlamentari?
Quelli di noi che tengono in piedi meravigliosi siti web da 1400 contatti al
giorno?
Organizzarsi in qualcosa di strutturato, nuovo ed autonomo su scala nazionale, secondo chi legge, è qualcosa di realistico per la nostra variegata compagine?
Di sicuro è qualcosa che richiede, per fare lo scarto rispetto al deserto dei sindacati, dei partiti e delle associazioni esistenti, molta partecipazione attiva, molta discussione interna (e di alto livello), buona capacità di mobilitazione e di coordinamento. Richiede sintonia e spazi e tempi di confronto approfondito.
Soprattutto richiede una connessione molto intima tra la mente ed il braccio di ognuno di noi....
Al di là del fattore di necessità (sacrosanto), e delle modalità e forme (io sono pronto a diventare financo un kibbutz o una SPA, senza pregiudiziali), crediamo davvero di essere in grado di fare questo questo passo? Intendo realmente, con le forze di cui disponiamo (non solo con le idee e le volontà espresse in mailing list).
Riformulo la domanda: chi scrive di essere d'accordo con il semi-abbozzo di proposta di andrea, chi rilancia con idee folgoranti è pronto a farsi carico di parte sostanziale di questa evocata nuova organizzazione? E ha una seppur vaga idea di quanti altri lo siano?
Chiudo con una provocazione:
se la proposta della necessità di avere/diventare un'organizzazione esce
e viene discussa dai singoli, per di più per via esclusivamente telematica,
siamo sicuri
che stiamo partendo con il piede (tentacolo?) giusto?
Luca
precario Spresidente
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From: Paolo Ariano <paolo.ariano@unito.it>
ciao *
ogni tanto provo a lanciare il sasso per poi puntualmente nascondere la mano ...
> Prima di discutere il come, però, vorrei capire ... chi si organizza?
dubbio che continuo ad avere, nel non capire (limite mio) l'ordine di grandezza delle persone dietro la ML
> Riformulo la domanda: chi scrive di essere d'accordo con il semi-abbozzo
di proposta di andrea, chi rilancia con idee folgoranti è
> pronto a farsi carico di parte sostanziale di questa evocata nuova organizzazione?
> E ha una seppur vaga idea di quanti altri lo siano?
ma io non capisco neanche quante persone siano "legate" ad ogni nodo ...
> Chiudo con una provocazione: se la proposta della necessità di avere/diventare un'organizzazione esce e viene discussa dai > singoli, per di più per via esclusivamente telematica, siamo sicuri che stiamo partendo con il piede (tentacolo?) giusto?
su questo invece sarei d'accordo a utilizzare la ML come dibattito (senza sfociare nella chat) e non come rendicontazione delle assemblee (come invece mi sembra che sia o dovrebbe essere) molti non riescono a venire alle assemble et al. in giro per lo stivale e siamo abbastanza "scafati" e "connessi" per riuscire ad utilizzare gli strumenti informatici/telematici per raggiungere lo scopo ... "sono stato spiegato" ?
proposta: se discutere in ML diventa difficoltoso proporrei teleconferenza una volta ogni tanto per collegare i nodi, webcam e micorofono si trovano in giro a poco, la banda non ci manca ...
ok ritiro la mano
paolo
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From: "RITA CLEMENTI" <rita.clementi@gmail.com>
il sassolino l'avevo lanciato anch'io (quello delle teleconferenze), ma non
ha avuto seguito.
Mi alleo alla tua proposta: vediamo se due sassi fanno qualcosa.
Questo è un'argomento per quale non solo dobbiamo contare sulle nostre
forze,ma dobbiamo anche contarci.
Io ci sto a tentare qualsiasi iniziativa che ci dia voce.
Rita
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From: "Alessandro Arienzo" <arienzo.alessandro@tiscali.it>
La mia solita premessa, al thread di dibattito avviato da Andrea (e ci voleva!!!),
intervengo non come nodo napoletano ma come singolo e poi scusate la lunghezza
del messaggio. Il dibattito di questi giorni risolleva la mailing list dal pantano
degli ultimi giorni.
1. Quali sono i nostri obiettivi?
Ovviamente parto dai miei obiettivi.
1. E questo è il mio obiettivo: essere assunto dall'università per fare quello che faccio oggi sottopagato e senza diritti: didattica e ricerca.
2. Trasformare l’università in un luogo dove siano rispettate l’autonomia, la valenza critica e la capacità di contribuire alla crescita individuale e collettiva delle persone
3. trasformare il sistema università e ricerca in una comunità che valorizzi il merito individuale e collettivo
Tutto il resto (e molto è importante, qualcosa fondamentale) non può entrare nei miei obiettivi. Le mie braccia non sono lunghe abbastanza. E non dimentichiamo mai che molti di noi devono pagare un affitto, dar da mangiare ai figli, lavorare e magari – nel frattempo – provare a pubblicare qualcosa. Visto che il tempo passa e i favoriti accademici oltre a non aver problemi di mangiatoia neppure hanno problemi (se non un minino intelligenti) a pubblicare visto che non devono sbarcare il lunario… A chiunque mi chiede di allargare il mio raggio di azione posso solo rispondere come rispondo a chi mi parla bene del volontariato: tutto giusto, ma io non posso permettermelo.
Gli obiettivi cui sopra (già enormi) vanno insieme perché se voglio 1 ho due strade:
a. cooptazione accademica (evidentemente questa, nel mio caso, non funziona)
b. una riforma del sistema universitario che mi permetta di essere assunto.
In questo secondo caso io devo:
b.1. fare in modo che ci siano soldi per farmi assumere
b.2 fare in modo che la mia qualità ed esperienza possa essere valutata
b.3 fare in modo (quindi) che gli equilibri e i poteri che reggono oggi l'accademia vadano scomparendo a favore di meccanismi e procedure eque, aperte, trasparenti, giuste
Ed allora una prima risposta ad Anna: come è possibile fare questo se non con riforme fatte da leggi e leggine? Machiavelli diceva che una buona repubblica ha buone leggi, buoni ordini e cittadini virtuosi. Questi ultimi nell'accademia non ci sono, possiamo solo contare su buone leggi che costruiscano buoni ordini che permettano ai cittadini di essere virtuosi. In questo senso stabilizzazione e cavilli sui concorsi servono, anche se certamente serve poter elaborare anche proposte sulla valutazione, sulla governance (governo o come dir vogliamo) degli atenei e pian piano allargare il discorso alla funzione sociale dell'università e della ricerca. Cose, sia chiaro, che abbiamo sempre fatto e che magari abbiamo mancato di far emergere abbastanza.
Inevitabilmente, dobbiamo tenere insieme il piano delle vertenze locali, dell’intervento nazionale sulle proposte legislative e un discorso ampio su università e ricerca e – quando serve e con intelligenza – sul mercato del lavoro.
2 Movimento o sindacato?
La rete non è un sindacato. Non ha le competenze né la forza per essere un sindacato e neppure si pone gli obiettivi di un sindacato. E non parlo neppure di un sindacato generalista, ma di “categoria”. Ecco perché a Napoli abbiamo fatto la scelta (alcuni di noi) della CGIL e perché altrove si lavora in maniera auto-organizzata o in rapporto con RDB o Cobas o altri ancora.
Noi siamo un movimento, che ha saputo costruire vertenze, mobilitazione e fare anche un pochino di pressione sulle istituzioni e sui partiti. E questo ha costruito molto.
1. il tema del precariato nell’università è emerso in maniera forte nel dibattito politico
2. molte nostre richieste nel tempo hanno prodotto cambiamenti nelle proposte di legge e nelle leggi fatte nell’ultimo anno e mezzo
3. a livello locale, in alcune università si sono ottenute piccole ma significative vittorie
Ovviamente tutto questo non basta e siamo in una fase complessa. Ma lo siamo perché il contesto è difficile. Alla impietosa analisi di Andrea io aggiungo un altro elemento. Come la puntata Santoro ha mostrato, si vuole trasformare il problema università nel problema corruzione. Così facendo si giustifica il maggiore investimento negli enti di ricerca (e quindi la ricerca d’eccellenza fuori l’università) e i tagli alle università (che quindi diventano come il 3+2 le voleva). Come a dire prima azzeriamo le università, poi (forse) rimettiamo tutto in piedi. Cosa magari anche giusta se a pagare non fossimo noi, piuttosto che i corruttori….
Ed allora, la rete non può che rimanere un movimento.
Consapevoli però che la forza della rete non è, e non sarà mai, nei numeri in piazza. Questo dovremmo averlo capito. La nostra forza è nelle nostre proposte, nella capacità di costruire relazioni e di fare lobbying, di essere sempre presenti anche con piccole iniziative, con intelligenza (anche pragmatica). I nostri colleghi sono quello che vediamo ogni giorno. Magari sono coinvolgibili con iniziative di tipo strettamente “sindacale” (non vi dico in quanti – che non si vedono mai – mi hanno contattato per la questione versamenti INPS…). Ma non li troveremmo in piazza o nelle assemblee.
2.1 rapporto con gli studenti
Sinceramente penso che gli studenti non scenderanno in piazza per o con noi fino a quando non ci saranno (e le dovremo costruire) le basi per una lotta comune. Ed allora riprendere le fila del discorso avviato sul 3+2, sulla riforma dei crediti, sui servizi ed il diritto allo studio. Del resto il problema degli alloggi, il problema delle mense non sono anche nostri problemi? E perché non elaborare con loro una sorta di “diritto alla ricerca”? Nel mio ateneo io non potevo accedere alle biblioteche o ai servizi informatici, ad esempio, cosa che invece gli studenti potevano fare!!!
2.2 rapporto con la CGIL e altri…
Io ho fatto una scelta CGIL. Non perché amassi questo sindacato o perché nutrissi troppa fiducia nel suo operato che – peraltro – in alcune fasi del nostro paese ho pure trovato scellerato. Ma, a parte considerazioni di ordine più generale, nella CGIL ho trovato spazi per intervenire sulle questioni che mi interessavano. E come me molti altri. Ed in effetti una struttura elefantiaca, burocratica e “vecchia” come la FLC ha pian piano negli ultimi anni modificato le proprie proposte e letture assumendo (o copiando, fate voi, tanto per me non cambia niente) molte delle nostre proposte e ipotesi. E questa cosa in una qualche misura ha pesato anche se ancora non è abbastanza. E se questo altri lo fanno con le Rdb, con i COBAS, o con CISL e UIL io non ci trovo nulla da ridire. Posto che si mantenga sempre il senso del limite. Il limite tra una proposta buona e una cattiva, il limite tra la propria militanza nella rete e quella in altre strutture o organizzazioni o partiti. E posto che la rete mantenga sempre la propria autonomia come movimento auto-organizzato perché è solo in questa autonomia che possiamo far emergere proposte vere, non condizionate da appartenenze o preconcetti. E che possiamo far dialogare persone con storie individuali e convinzioni differenti ma accomunate da bisogni e malesseri.
2.3 costruzione di aziende, agenzie o cooperative.
Si ritorna al mutualismo o si punta all’impresa? Personalmente non credo di poter investire energie in cose del genere. Se si vuole metter su un “impresa” c’è bisogno di un capitale iniziale (che io non ho, altrimenti mi sarei forse messo a fare altro), c’è bisogno di un nucleo di persone che si dedichi a questo per un buon periodo di tempo, e conoscendo questo paese c’è pure bisogno di qualche spintarella. Se c’è chi può e vuole farlo, si assumerà il “rischio d’impresa” e se la spunta farà profitti. Personalmente penso alla rete come uno strumento politico con una finalità politica e non imprenditoriale. Quanto all’ipotesi mutualistica, mi pare anche più difficile della prima. Non riusciamo a far venire i nostri colleghi alle assemblee possiamo coinvolgerli in una iniziativa dove, fino a prova contraria, c’è da mettere soldi?
E molte delle cose suggerite da Stefano le potremmo ottenere con un'unica figura contrattuale nazionale a TD legata alla didattica e alla ricerca (vedi vedi la Moratti… forse dovremmo ripensare pure a come utilizzare quella maledetta legge che pure è legge dello stato). Vale la considerazione generale che ognuno può fare come ritiene meglio. Ma la rete la lascerei fuori (se ho ben capito le proposte, e non è detto).
Parto nel merito della proposta (delle suggestioni) di Andrea:
4. Trasformare la rete in un’esperienza diversa, stile IWW
Su questo punto, caro Andrea, ho grossi dubbi. Non ho chiaro cosa tu intenda con IWW.
4.1. La IWW nasce agli inizi del secolo, con uno statuto fortemente legato ad una lettura di classe ed una dimensione internazionalista e generalista. Ed allora prima domanda, ci riconosciamo in una lettura di classe? Tu come intenderesti la classe per impostare la nostra lotta? Sappiamo bene quante e quali discussioni, ancora oggi, ci siano nel quadro della pratica e della riflessione marxista sulla questione. E il dibattito, dagli anni ’70 ad oggi non è che si sia tanto evoluto… vogliamo spenderci in questo? E che presa potremmo mai avere – come rete dei precari – su questa base? Personalmente sono convinto che il conflitto tra capitale e lavoro oggi non abbia più bisogno delle classi.
4.2. Possiamo muoverci – come l’IWW – in un quadro salariato/non salariato? Il problema della costruzione della classe nell’IWW era centrato su questa fondamentale distinzione (peraltro molto poco marxista). A noi serve? Il padrone, nell’università, chi è? E’ un non salariato?
4.3. Questione “contratto”. L’IWW rifiutava la contrattualizzazione. All’epoca questa cosa poteva, forse, avere un senso. Nell’epoca della “flessibilità”, il contratto è uno strumento di contenimento del capitale o non è piuttosto uno strumento di difesa del lavoro? O magari entrambi a seconda della modalità e della qualità del rapporto capitale-lavoro? E noi possiamo rifiutare il contratto? Per inciso, io di contratti non è che ne abbia visti molti nella mia carriera…
4.4. Al rifiuto del contratto si associava la pratica del “sabotaggio” (e non quella dello sciopero). Noi cosa sabotiamo? E come?
4.5. La forma organizzativa dell’IWW è una forma, nonostante tutto, fortemente centralistica. Ha una dimensione unitaria che noi non abbiamo perché il centro della nostra forma organizzativa è il nodo locale con un coordinamento nazionale basato su assemblee periodiche. Abbiamo bisogno di una forma più unitaria? E’ realizzabile dalla rete in quanto tale?
4.6. L’IWW in italia esiste già. Chi sono? Cosa fanno?
Insomma, se la tua proposta – come credo – è un invito a rinnovare le pratiche e la nostra forma organizzativa io l’accolgo in pieno. Ma non mi convince la tua proposta IWW o comunque vorrei avere qualche indice in più. Forse perché l’IWW è un’esperienza che conosco poco e che non ho veramente compreso (e tu – o altri – saprete dirmi in cosa sbaglio).
Qui mi fermo, le suggestioni sono tanto. Mi spiace solo aver dato forse l’impressione (a rileggermi questo pare anche a me) di voler lasciare le cose come stanno. Non è vero, condivido le esigenze di rinnovarci anche io. Solo non ho le idee chiare e credo che abbiamo ancora molto da fare per capire come muoverci in questo senso.
Ciao sandro
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From: "Ugo Rossi" <urossi@hotmail.com>
Non è una questione di buone intenzioni e di volontarismo politico,
che personalmente non ritengo siano un metodo produttivo. Credo solo che una
buona idea come quella del sindacato Immaterial Workers of the World (nell'accezione
specificata da Annacarola: un sindacato di ricercatori,
precari e non, e di lavoratori immateriali) sia un'idea da non "bruciare"
frettolosamente, come mi sembrava facessi nel tuo secondo messaggio e ancora
in questo messaggio sostenendo ora - un pò brutalmente - che "non
siamo capaci di fare IWW". Non metterei limiti alla provvidenza e alla
capacità
creatrice di nuove esperienze organizzative che superino o si affianchino a
quelle attuali, i cui limiti sono sotto gli occhi di tutti.
U
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From: "Alessandro Arienzo" <arienzo.alessandro@tiscali.it>
Caro ugo
Mi spiace aver dato l'impressione di "liquidare facilmente" la proposta
di Andrea. Non è questa la mia intenzione. E meno ancora la mia intenzione
era favorire percorsi tipo FLC (come qualcuno in privato mi ha detto di aver
inteso dalla mia mail). Sia chiaro. Per me la rete deve rimanere la Rete, punto
e basta. E la necessità di riflettere
sull'organizzazione e sulle pratiche della rete non ha, a mio parere, nulla
a che fare con la costruzione di qualcosa di diverso. Forse mi sbaglio e sono
dispostissimo a cambiare idea.
Ed allora, forse anche per fare chiarezza ai molti e diversi che frequentano la mailing-list, cosa è l'IWW? Come è applicabile nel nostro caso quell'esperienza? (che pure tra tutte le proposte trovo la più sensata).
Il problema è la prospettiva politica nella quale ci muoviamo. E la
prospettiva è legata agli obiettivi. Chiariamoci sugli obiettivi e poi
scegliamo gli strumenti. E non buttiamo a mare con troppa facilità il
lavoro fatto e quello ancora da fare; io non metto limiti alla provvidenza,
ma san Gennaro mi ha già lasciato troppe volte a piedi e le
energie sono quelle che sono per ricominciare daccapo.
S
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From: Anna Carola Freschi <freschi@unifi.it>
ciao,
per me la questione era forse un po' diversa e comprendeva oltre alla difesa
dei ricercatori, anche il discorso 'altre pratiche' di ricerca e didattica,
cosa discussa a tratti con anna, silvia, e altri/altre. cioe' provare a difendere
lo statuto di questo lavoro, provando a produrne appunto pratiche diverse, non
solo su come rilasciare i prodotti, ma su come produrli, per esempio nella composizione
dei gruppi di lavoro, delle linee di ricerca, etc. secondo un modello simile
alle comunità free-software.
devo dire cha la cosa non e' semplice. personalmente c'avevo provato con qualcuno della stessa rete, ma poi la logica della struttura, della cordata verticale, del barone importante, ha dissolto il progetto originario a rete, ha sparpagliato i precari o exprecari in direzioni diverse, diciamo cosi, 'naturali', fisiologiche. creando anche problemi con il finanziatore pubblico.
insomma l'impresa (non l'azienda!) non e' facile, vanno considerati piu' vincoli, che poi a ben guardare sono gli stessi che rendono cosi'difficile questa mobilitazione.
ciao,
ac