L’insicurezza dei precari della ricerca - FATTI, numero 1.
Firmato: rete ricercatori precari - Bologna - www.ricercatoriprecari.org/bologna

Con il recente presidio indetto dalla rete nazionale ricercatori precari abbiamo voluto richiamare l’attenzione sul problema della sicurezza nelle strutture universitarie e negli enti di ricerca.
In particolar modo ci interessa sottolineare la relazione tra condizione di lavoro precario e rischi sul lavoro.
Le indagini che mettono in luce l'intreccio perverso tra precarietà e sicurezza sul lavoro sono ancora poche e approssimative. Tuttavia, dati provenienti da fonti diverse approdano a un risultato convergente: i precari sono più esposti al rischio dei lavoratori stabili. Questo può dipendere da varie ragioni: si assegnano loro compiti più pericolosi, in ambienti e con condizioni di lavoro che chi è stabile tende a rifiutare, a volte conoscono meno bene l'ambiente e gli strumenti di lavoro. Inoltre, lavoratori precari e non differiscono per la modalità di percezione dei rischi. Secondo un rapporto dell’IRES, i lavoratori con un contratto atipico tendono a dichiarare, nel 30% dei casi, la totale assenza di fattori di rischio nei luoghi di lavoro, contro il 17% dei lavoratori a tempo indeterminato. Inoltre, ricerche recenti, una delle quali condotta dall’ASL di Bologna in collaborazione con l’ENEA, mostrano che i precari sono più colpiti da disturbi psicologici legati allo stress, come i disturbi del sonno, mal di testa, ansia.
Se le indagini sul rapporto tra precarietà e sicurezza sono poche, quelle sulle condizioni di lavoro dei precari della ricerca sono inesistenti. Eppure il problema è reale. Prendiamo un esempio a caso: l’ateneo di Bologna. Le normative sulla sicurezza nell’ateneo bolognese sono chiare, come si può vedere al link www.unibo.it/sicur e, tuttavia, sono spesso disattese. I laboratori spesso lasciano a desiderare sia per quanto riguarda la vivibilità (a volte sono interrati, non finestrati, le vie di fuga non sempre sono segnalate) sia per quanto riguarda le norme di sicurezza (ad esempio, a volte nei laboratori chimici non sono presenti cartelli su come si manipolano le sostanze a rischio). Soprattutto, l’informazione è del tutto carente. Lo denuncia anche un recente questionario condotto su un campione di 1800 lavoratori dell’ateneo distribuito da 3 rappresentanti dei lavoratori della sicurezza: il 63% degli intervistati dichiara di non avere avuto informazione esaustiva da parte del datore di lavoro sulla sicurezza e il 69% dichiara di non aver preso visione del documento di valutazione dei rischi della propria struttura.
Se la situazione è grave per tutti, lo è in particolare per i precari, ovvero la gran parte di coloro che affollano i laboratori di ricerca (dottorandi, assegnisti, post-doc, borsisti, contrattisti vari, tecnici precari). Come sostiene Samantha, “solo il personale strutturato percepisce l'indennità dovuta ad attività di laboratorio. La maggior parte di queste persone non varca mai la soglia del laboratorio, mentre di noi che siamo a rischio costantemente non si preoccupa nessuno, fino al momento dell'incidente.” A ciò si aggiunga che chi è precario riceve molte più pressioni psicologiche per portare a termine il proprio lavoro e questo può porlo in una situazione di maggiore rischio. Particolarmente grave è la condizione di chi fa ricerca avendo un contratto con un ente esterno all'università e/o fa il "laureato frequentatore" (espressione graziosa per dire che lavora gratis). Chi si trova in questa condizione deve pagarsi l'assicurazione per frequentare i laboratori dell'università. Dice Barbara a questo proposito “Quello che io trovo incomprensibile è che questa assicurazione non possa essere rimborsata sui fondi di ricerca del docente presso il quale si lavora, anche se lui è disponibile a farlo. I fondi di ricerca servono appunto per la ricerca, e se uno fa il ricercatore diventa lui stesso uno strumento (direi essenziale) della ricerca stessa. Quindi perchè i fondi di ricerca non possono rimborsare un'assicurazione che serve a un ricercatore per fare ricerca? … Il messaggio che passa è che se io lavoro all'università, l'università fa un favore a me perchè mi fa lavorare. Dovrebbe essere il contrario, io faccio un favore all'università perchè lavoro per lei!”
Da una ricerca promossa di recente dalla rete ricercatori precari (il questionario da compilare si trova sul sito www.ricercatoriprecari.org/bologna) emerge un quadro allarmante, sebbene il campione sia ancora ridotto. La quasi totalità degli intervistati non sa o è sicura che non ci siano addetti alla gestione delle emergenze e al primo soccorso nel loro laboratorio. Nessuno degli intervistati ha partecipato a simulazioni di esodo in caso di emergenza. Infine, la maggior parte degli intervistati passa più di 20 ore la settimana davanti ad un computer in una postazione di cui non è stata fatta l’analisi dei rischi. Il dato più importante che si evince da questo questionario è che la maggior parte degli intervistati manca completamente delle informazioni necessarie sulla buona pratica di laboratorio e che, in caso di incidente, non sa a chi fare riferimento.
In conclusione, se il lavoro nei laboratori e negli uffici delle università e degli enti di ricerca è potenzialmente pericoloso per tutti, lo è ancora di più per i precari che sono senza diritti, senza tutele, con poca autonomia e con un basso (quando c’è) reddito.