Sul reddito e la ricerca. Dibattito sull'articolo di gigi roggero, il manifesto, 13 dic 06, quell'abbraccio mortale con i baroni

Anna: > Mic, ho riletto per bene l'articolo. Sono d'accordo con molti punti (e' chiaro che rivendicare le assunzioni e basta E' politicamente debole, e non
> ho dubbi sul fatto che sia necessaria sottolineare la potenza e l'orgoglio
> della figura del precari*, e sulle rivendicazioni a proposito del reddito no problem, a parte i dubbi di
> cui ti dicevo mesi fa circa la "compatibilità" con il sistema di questa proposta, dubbi che pero' ho in parte sciolto). Ci sono pero' alcuni passaggi irrisolti, credo (a parte la valutazione sul 4 novembre, che ovviamente non condivido, nel senso che in quel corteo c'erano e' vero delle ambiguità ma c'era anche molto molto altro). Alcune risposte sotto.

Michele: >> cara,
>>
>> non mi pare che gigi chieda la cooptazione diretta, piuttosto la
>> contrattazione diretta tra precario prestatore d'opera ed ateneo in merito
>> al compito che l'istituzione intende affidargli. insomma, mi pare di
>> capire che secondo gigi et al., il mestiere del ricercatore piuttosto che
>> essere esercitato da chi appartiene ai ruoli della pubblica
>> amministrazione dovrebbe esserlo da liberi professionisti, magari scontati
>> dal pagamento dell'iva, che in qualche modo debbano avere accesso alle
>> risorse - pubbliche e private - per portare avanti i propri propositi
>> scientifici, nonché la propria vita quotidiana, godendo nei periodi di non
>> lavoro di un salario sociale o flexicurity che dir si voglia.


Anna: > ok ma come avviene questa contrattazione? CHI contratta con chi? se vuoi
> contrattare con l'università azienda hai due possibilità: o sei davvero
> potente (hai un movimento dietro) o ti inscrivi in qualche nicchia in cui sei
> tutelato. per cui il problema del concorso si ripropone in termini
> differenti: non devono "chiamare" il posto per te, ma devono consentirti di
> accedere alle risorse. E chi gestisce queste risorse? Secondo quali
> modalita'?
>


Michele: >> in soldoni:
>>
>> io precario in collaborazione con altri scriviamo un progetto di ricerca,
>> poi troviamo i finanziamenti e/o lo vendiamo all'università X. quando ci va
>> male o sforiamo col bilancio interviene l'ammortizzatore sociale.
>>
>> in questo modo secondo lui s'arriverebbe a scardinate il meccanismo
>> corporativo-feudale presente nelle università che sarebbero ridotte solo a
>> luoghi fisici in cui il sapere si produce ed ad enti certificatori del
>> progresso formativo raggiunto dagli studenti mediante il meccanismo dei
>> crediti e del rilascio dei diplomi.


Anna: > per me potrebbe anche aver senso dimostrare che l'universita' non ha alcuna
> ragione di esistere. il problema pero' si ripropone: chi fa ricerca su cosa e
> perche'? qual e' il senso del fare ricerca? il senso del produrre sapere?
> tutti noi sappiamo bene che fare ricerca e' molto molto piacevole. e allora
> perche' dobbiamo essere finanziati per farlo? se non si trova una
> legittimazione (sociale) si rischia di riproporre modalità ben note e usate/abusate dalla
> classe accademica attuale. Classe accademica che sostanzialmente ha cercato di trovare criteri
> sempre piu' raffinati per autopreservarsi. si diventa solipsisti (anche
> rivendicando il potere o sapere precario).
> insomma bisogna parlare alla gente e farsi capire. il problema che secondo me
> questo articolo NON pone e': come si fa a parlare agli altr*? a quelli che
> sono esterni al meccanismo della produzione di saperi (ammesso che esterni si
> possa essere)? una delle mie risposte e': esistono forme di ricerca
> socialmente utile, che parlano agli altri (meglio che non dica nulla di
> personale perche' come sai io faccio ricerca di base spinta, e col
> socialmente utile c'ho poco a cheffare, ma vabbe'). pero' di risposte ne ho
> pochissime e un sacco di domande.


Anna: > Circa la non misurabilità dell'attività formativa e del sapere, in linea
> teorica sarei d'accordo. Resta pero' il problema che non puoi sottrarti del
> tutto alla valutazione, proprio perche' devi tener conto del tessuto sociale
> in cui sei inscritto. E ancora, rischi di riproporre le stesse dinamiche di
> autopreservazione che conosciamo bene. Guarda in proposito quello che scrive Capocci, che condivido in pieno, sul blog


http://www.galileonet.it/blog/article/33/la-svalutazione-delluniversita (c'e' anche un mio post abbastanza delirante perche' scritto in frettissima)
>

Michele: >> come ti dicevo ieri sera, se non mi fanno vedere che riallocando le risorse
>> si può fare, sinceramente stento a crederci. inoltre trovo molto
>> contraddittorio il fatto che prima si dica che il sapere debba abbandonare
>> l'accademia perché questo è ontologicamente contrario alla gerarchia, alla
>> formalizzazione secondo schemi fissi, dunque alla valutazione, e poi
>> s'individui l'accademia stessa come ente certificatore dell'avvenuto
>> upgrade dell'istruzione delle persone, nonché come parte contraente circa
>> la prestazione d'opera del precario.


Anna: > vecchia discussione, quella sui crediti. personalmente non ho una posizione
> chiara: va bene sia accettare i crediti inflazionandone il meccanismo (ma
> suona un po' post-hoc) sia rifiutare il sistema dei crediti in quanto tale.
>