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Ida Dominijanni
Università Il nostro presente
L'università non è il nostro futuro, come la retorica dell'impotenza
non smette di ripetere posponendone nel tempo all'infinito la malattia e la
terapia. L'università è il nostro presente, ed è oggi,
non domani o dopodomani,che deve saltare il tappo della frustrazione e della
depressione. E' il presente di un paese che ha ereditato un immenso patrimonio
culturale, ma che oggi considera la cultura niente di più che ungiacimento
turistico da sfruttare e non si preoccupa di produrla, sprovincializzarla, valorizzarla.
E' il presente di una generazione di studenti chenon avràunaltro tempoper
formarsi, che non può rimandare a domani le sue domande o mettere in
stand-by la sua intelligenza, che oggi e non domani passa più tempo a
contare moduli e crediti per risolvere l'equazione 3+2+x = 0 che a costruirsi
una mappa cognitiva, che appena esce dalla seduta di laurea cerca su Internet
un dottorato oltreconfine, che sperimenta anticipatamente nella sua vita quotidiana
la precarietà in cui si troverà immersa una volta varcata la soglia
delmondodel lavoro.E' ilpresentedipiù generazioni di docenti che oscillano
fra salde strategie di potere e inesorabile burocratizzazione e aziendalizzazione
del lavoro, e che a frotte non vedono l'ora di pronunciare la lectio magistralis
di fine carriera. E' il presente, dilatato oltre ogni misura, di più
generazioni di precari che erogano tempo, didattica e ricerca in cambio di nulla,
se non dell'attesa. Un presente bloccato, sintomo eclatante di un paese bloccato
e di una politicabloccata. Se c'eraunsegnaleda dareper uscire dall'era berlusconiana,
era proprio un segnale di cura nei confrontidi questa popolazione che abita
l'università e la ricerca e che incarna le possibilità di rilancio
di una scommessa collettiva. Il centrosinistra - lo stesso che a Lisbona 2000
giurò sulla «società della conoscenza» - non lo ha
dato: ha infilato il problema e la popolazione nel balletto dei tagli e dei
rammendi della finanziaria, mentre sulla società della conoscenza il
mondo si prepara a investire entro pochi anni 850 miliardi di dollari e strategie
articolate di competizione e di governance. Quello che oggi sfila e protesta
non è un pezzo del paese impazzito, comelo chiamaProdi.E'una cerniera
cruciale per passare dal presente bloccato italiano a un presente più
largo, che al sapere e alla ricerca affida la produzione di ricchezza e, quel
che più conta, di beni comuni: lo scambio fra civiltà come antidoto
allo scontro di civiltà. Nello spazio e nel tempoin cui tutti i confini
saltano, il sapere è quello che più facilmente ne approfitta,
li scavalca, ne prescinde, trova le strade e le lingue per procedere. Non assecondare
questo movimento attrezzandosi adeguatamentenon significa bloccarlo o restarne
ai margini: significa subirlo e restarne travolti. Versando lacrime di coccodrillo
per i cervelli che fuggono dall'Italia
invece di preoccuparsi per quelli che in Italianonci arrivano,nontrovandoci
altro che le grandi rovine di un passato remoto.
Francesco Piccioni -
Contro il degrado della conoscenza
Il primo sciopero contro la finanziaria arriva dal mondo universitario e dai
ricercatori. Quello che in ogni paese è considerato «il»
settore strategico per eccellenza, quello l su cui si costruiscono le basi del
futuro, u si ritrova a fare i conti con nuovi tagli che aggravano una situazione
già da anni al limite. E con una stagione di «riforme» dell'università
che ne vanno svilendo i funzione e qualità «formatrice» unzione
Francesco Piccioni E'più di un segnale rosso. Il primo sciopero contro
la finanziaria organizzato da Cgil, Cisl e Uil - le uniche «parti sociali»
che fin qui avevano difeso più o meno apertamente la manovra - parte
proprio dal settore che più aveva puntato sul centrosinistra, anche sul
piano elettorale. Università e ricerca si fermano oggi perché
si sentono contemporaneamente penalizzati dai tagli e «presi per il cuneo»
dalla straripante retorica sulla «centralità della conoscenza »
per un paese che voglia rinascere, crescere o, più liberisticamente,
«competere». E'uno sciopero sacrosanto. Nelmerito, perché
oltretutto le cifre «grattate» via da Padoa Schioppa (200 milioni
già a luglio, nel Dpef) sono un'inezia rispetto ai 35 miliardi dellamanovra.
E sul piano politico, perché allontana - se mai ce ne fosse stato bisogno
- lo spettro di unaipotetica gestione di destra del malcontento delmondoscientifico
italiano, già «brutalizzato » dai cinque terribili anni morattiani.
Stupisce semmai che non sia stata coinvolta anche la scuola, in ogni ordine
e grado, viste le condizioni in cui versa e le prospettive che le vengono offerte.
Gli ultimi avvilenti balletti di cifre sui tagli in finanziaria sono eloquenti.
I «110 milioni» aggiuntivi sbandierati due giorni fa non cambiano
affatto il quadro. Una tabella elaborata da Giorgio Parisi, il principale fisico
teorico italiano, registra tutti gli spostamenti di voce fino a consolidare
un saldo negativo di 192 milioni a carico degli enti di ricerca dipendenti dal
ministero «università e ricerca» (Mur), 74 a carico delle
università e 185 sugli enti di ricerca non dipendenti dal Mur. Mentre
i contributi previsti a favore della ricerca privata assommano a 750 milioni.
Il senso delle cifre è perciò palese. Università e ricerca
(e scuola) sono preda di problemi enormi, che non possono comunque essere risolti
con qualchemilione in più o meno, né con qualche esortazione moralistica
all'«efficientamento»,né tantomenocon qualche ulteriore sterzata
verso l'«aziendalizzazione ». Problemi che chiamano in causa il
«senso » che un paese attribuisce al suo sistema di formazione,
soprattutto nel segmento più elevato, quello in cui viene «costruita»
la futura «classe dirigente». Alla prova pratica è clamorosamente
fallito il mito ideologico che robuste iniezioni di «mercato», con
conseguente trasformazione di rettori e presidi in «manager» dotati
di «autonomia gestionale», potesse sortire l'effetto di una decurtazione
delle spese del personale e una migliore organizzazione della didattica. E'
altrettanto clamorosamente fallito l'altro mito - strettamente collegato al
primo - che un più organico rapporto tra università, ricerca e
imprese potesse di per sé orientare le ricerche e «dinamicizzare»
quell'innovazione di prodotto che tantomanca alla produzione industriale italiana
(servizi compresi, naturalmente). Era il tempo della retorica del «piccolo
è bello », quando il Nordest del «nuovo miracolo economico»,
sulpianodei suggerimenti strategici, partoriva almassimo l'idea di una «facoltà
del mobile e della sedia». Un'impresa «nanerottola », non
solo non fa ricerca e non assorbe ricercatori formati comunque negli istituti
pubblici,manon ha neppure fantasia, capacità di proposta, visione d'insieme.
In una parola, non esprime «classe dirigente». A questi due miti
hanno però pagato dazio unnumeropressoché infinito di «riforme»
dell'università, a partire dalla gestione diGiancarlo Lombardi, passato
direttamente dalla poltrona di «consigliere incaricato problemi scuola
Confindustria» a quella di ministro della Pubblica Istruzione nel 1995-96.
I passi successivi, con Giovanni Berlinguer,Ortensio Zecchino, Tullio De Mauro
e infine «Attila» Moratti, ci hanno consegnato la situazione attuale.
Dove università e ricerca non sono più guidate da una mission
chiara, da un orientamento unitario che trae ragione dalle necessità
del paese (culturali, economiche, industriali), ma da un'infinità di
interessi particolari e divergenti. La frammentazione della didattica e la precarietà
contrattuale di docenti e ricercatori vanno a braccetto. Le storie e le interviste
che in questo inserto presentiamo descrivono un «anello di retroazione
negativo» in cui tutto si tiene. Il percorso «tre più due»
e la semestralizzazione dei corsi (ma ce sono anche di trimestrali) impedisce
qualsiasi approfondimento degli argomenti insegnati («distribuiamo pillole
di conoscenza, non addestriamo al sapere »). Ciò «costringe»
gli ordinari a moltiplicare i «moduli» a contorno, condotti da docenti
e ricercatori con contratti ultraprecari.Un ceto intermedio altamente ricattabile,
ma libero di programmarei «moduli» quasi a proprio piacimento, con
buona pace dell'«unità del sapere». In questomodosi aggravano
anche mali antichi della nostra Accademia, come il clientelismo politico (ma
anche editoriale), favorito dall'«autonomia amministrativa». Il
meccanismo dell'«audience» - per cui i corsimenofrequentati corrono
il rischio di venir soppressi l'anno successivo (una potentemolla, fra l'altro,
per la moltiplicazione esponenziale di corsi, materie, cattedre e... clientelismo)
- obbliga ad abbassare il carico di studio, i criteri di valutazione, la qualità
stessa della formazione finale dello studente. Il quale a sua volta rischia
di smarrirsi nella frammentazione, deprivato com'è degli strumenti per
cogliere «l'intero» dei processi cui è inserito, fino a reagire
- comeabbiamo letto nella nota diffusa da alcuni studenti di filosofia a Roma
- non con la pretesa di un insegnamento più qualificato ma, paradossalmente,
di «una ricercapreparata e organizzata secondo criteri di alleggerimento
e facilitazione». L'abisso verso cui è stata indirizzata un'istituzione
millenaria come l'università italiana (con il decisivo corollario degli
istituti di ricerca) è dunque a un passo. Quando il 97% della spesa se
ne va in stipendi, è chiaro che l'istituzione può essere al massimo
riprodotta,ma la sua «capacità produttiva» va morendo. Einfatti
i rettori - e gli scienziati di livello - pensano di dover «chiudere i
laboratori». Praticare la strada dell'esternalizzazione (quali sono i
precari, ad «alta mortalità» di impiego) significa non investire
e non capitalizzare conoscenza. Università e
ricerca, perciò, manifestano per chiedere risposte chiare a questo governo.
Col timore - ma nessuno lo esprimerebbe ad alta voce - che in realtà
le idee non siano chiarissime e i Giavazzi (già famoso per esser diventato
il «terrore dei tassinari») siano ormai alle porte.
Matteo Bartocci
Dura lezione da Moratti
25 ottobre, camera sotto assedio In autunno l'ultima grande protesta contro il centrodestra. Si ricomincia da lì perché ben poco è cambiato Matteo Bartocci
«Il nostro tempo è qui e comincia adesso ». Lo striscione di testa della grande manifestazione nazionale degli studenti, dei professori e dei ricercatori universitari del 25 ottobre scorso non potrebbe essere più attuale. Il movimento anti-Moratti ottenne in quella giornata di lungo assedio pacifico al parlamento (salvo le provocatorie cariche di alcuni poliziotti) la sua giornata di gloria. Per dodici ore in più di centomila tennero bloccata Roma, riuscendo ad arrivare alla spicciolata e a «mani alzate» davanti alla camera proprio mentre si discuteva la riforma Moratti dell'ordinamento universitario. Di quella giornata restano alcune immagini non memorabili per il paese: il dito medio alzato verso i ragazzi di Daniela Santanché e l'ostinata trattativa di Gustavo Selva con i manifestanti per andare a prendere un gelato da Giolitti, il bar dietro Montecitorio.Dentro l'aula, però, arrivò la sconfitta. L'ennesima dei cinque anni «morattiani ». Quel giorno però l'allora vicepresidente della camera si prodigò a portare l'acqua agli studenti in attesa da ore. Svitò le bottigliette insieme ad altri e le passò alla folla. La destra quasi lo voleva fucilare. Quel deputato oggi èministro dell'università e si chiama Fabio Mussi. Stavolta si troverà sul versante opposto della barricata, con quegli stessi studenti che sfilano «contro» un governo che ha ancora fatto troppo poco per mostrare la promessa «discontinuità» con le scelte delle destre e dell'Ulivo primamaniera. Forsecon lui alministero qualche vittoria il redivivo movimento degli atenei la porterà a casa. E' necessaria: perché prima di rifugiarsi a palazzo Marino l'attuale sindaca di Milano ha avuto la mano pesante, culturalmente e non solo, sull'intero sistema della formazione. Se i primi anni di «Letizia» sono stati dedicati più alla scuola, già nell'estate del 2002 sulle pagine di Repubblica viene a galla la primabombacontro la ricerca pubblica. La ministra infatti aveva affidato a una società privata (la Ernest&Young) il compito di «riformare » la riforma del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) fatta nel 1999. La Cdl lavorava a uno snellimento dell'istituto a pura agenzia governativa incaricata di trovare, per ogni settore, i partner (privati e non) da coinvolgere per finanziare direttamente la ricerca, soprattutto quella applicata, trasformandolo un po' contronatura in una struttura più snella, flessibile e aperta ai fondi privati. Nel 2003 il Cnr è al centro diuna battaglia durissima contro la sua ennesima trasformazione. Furono mesi di proteste dei ricercatori, lettere aCiampi, urla dei premiNobel, il lento ritrovarsi di una comunità scientifica nazionale ma alla fine l'ennesima riforma Moratti passa: tre istituti (Cnr, Agenzia spaziale italiana e Istituto nazionale di astrofisica) vengono commissariati, Lucio Bianco lascia il Cnr. Quel «successo» però pare mettere appetito alla ministra e ai circoli che la sostengono (la Luiss, ma anche le potenti lobby forensi e professionali, tutta la grande stampa) che guarda ora alla riforma degli atenei. Così quando Moratti e soci vogliono abolire il ruolo dei ricercatori per renderli per sempreprecarie figure a contratto scoppia di nuovo la protesta. Bella, la più diffusa dai tempi della «Pantera ». PerfinoMacerata insorse anche se al centro ci furono soprattutto pochi atenei (Roma, Pisa, Firenze, Napoli). Quelmovimento ebbe l'intelligenza di unirsi alla protesta degli studentimedi e così il «precariato cognitivo» e la contestazione a tutte le riforme degli ultimi quindici anni sul complesso «sistema della conoscenza» si saldarono e tornarono per qualche settimana sulle prime pagine dei giornali. Poi sull'Italia calò il lungo silenzio «elettorale». La sconfitta di Moratti non ottenuta nelle piazze alla fine è arrivata dalle urne. L'impressione è che l'Unione debba ancora imparare la lezione di questi ultimi anni: la finanziaria potrebbe essere la prima smentita.
Antonio Sciotto
Vincere, come in Francia
La splendida lotta contro il Cpe E' un esempio per gli universitari e i liceali italiani. Facoltà e scuole «laboratori» di dibattito e democrazia
Il movimento contro la precarietà può fare a meno dei liceali
e degli universitari? Secondo l'esempio francese - una delle più belle
vittorie degli ultimi anni - decisamente no. Chi è destinato a lavorare
a termine, come cocoprò o in partita Iva può (e forse: deve) prendere
in
mano il proprio destino, così come hanno fatto gli studenti francesi
contro il Cpe. Unmeccanismo - vale la pena ricordarlo -destinato espressamente
ai ragazzi fino a 26 anni, che prevedeva la possibilità di licenziare
senza giusta causa entro due anni dall'assunzione. Di botto, anche senza preavviso,
e senza spiegartene il motivo. Un'intera generazione ha detto no, e il movimento
nato nelle università e nei licei francesi, supportato da lavoratori
e sindacati, attraverso i cortei e le occupazioni ha travolto il Contrat première
embauche proposto dal premier Villepin, costringendolo a ritirarlo. Il primo
nucleo di mobilitazione contro il Cpe tiene già insieme l'enorme varietà
che ha fatto la fortuna delmovimento: si chiama «Stop Cpe», nasce
a metà gennaio, proprio nei giorni in cui Villepin presenta il provvedimento
alla stampa, e riunisce associazioni studentesche e i dipartimenti giovanili
dei sindacati e dei partiti di sinistra. Si sviluppa «a rete», in
tante città francesi, e comincia a tenere assemblee e incontri di informazione.
Ilmodello è proprio quello dei collettivi locali, e ricorda un po' la
forma della nostrana «Stop precarietà ora». Ma il vero «imput
» alla lotta nasce quando gli universitari decidono di mobilitare dall'interno
le facoltà, facendo leva su un terreno fertile: almeno dal 1994, infatti,
gli atenei (e anche i licei) francesi sono stati percorsi da proteste contro
riforme degli studi e del lavoro proposte dai vari governi. A partire, nella
prima settimana dedicata da sindacati e studenti alla lotta contro il Cpe (dal
31 gennaio al 7 febbraio 2006), sono state proprio le assemblee generali di
facoltà, dove gli studenti - organizzati in appositi comitati - hanno
studiato e reso pubblico il contenuto del provvedimento, facendo crescere la
mobilitazione per mezzo dell'informazione e della discussione. Inoltre, moltissimi
studenti sono anche lavoratori, nella ristorazione rapida o come stagisti, o
sono collegati amovimenti di precari: gli universitari hanno sostenuto le vertenzedei
fas fast food (i «lavori McDo»), degli Intermittenti dello spettacolo,
e - più vicine al Cpe, a fine 2005 - quelle degli stagisti di Génération
Précaire. Il 7 febbraio - prima giornata di manifestazioni nel paese
- è anche il giorno in cui è stata occupata la prima facoltà:
Rennes II, detta la Rouge, la Rossa, perché tradizionalmente guida le
occupazioni enel 2003 era stata la prima amuoversi contro la riforma dei titoli
di studio. Le assemblee generali nelle facoltà e nei licei, le riunioni
dei collettivi nelle città, le manifestazioni dei sindacati e delle associazioni
studentesche sono tutti «laboratori di lotta» che si danno sostegno
reciproco - seppurenella normale dialettica e competizione tra forze diverse
(ne abbiamo avuto un esempio in Italia, negativo, con le divisioni interne a
«Stop precarietà ora»). Ma si deve insistere sulla centralità
delle università, perché determinanti per la vittoria sono state
le occupazioni dilagate a macchia d'olio da Rennes in poi, fino al culmine della
Sorbona (subito dopo un'altra grande manifestazione, quella del 7 marzo): gli
studenti hanno lasciato sempre aperto quello straordinario «laboratorio
di lotte», sollecitando le manifestazioni indette con i sindacati. Ed
è stata, l'università, anche uno straordinario «laboratorio
di democrazia»: le assemblee generali, partecipatissime, hanno sempre
seguito la volontà della maggioranza, compreso quando la parte più
radicale del movimento voleva proseguire la lotta, dopo il ritiro del Cpe,ma
è stata messa in minoranza alle votazioni. Il top è stato il Coordinamento
nazionale studentesco, riunito ogni settimana in una facoltà diversa,
con i delegati eletti nei vari atenei.
Francesco Raparelli
Ora blocchiamo gli atenei
Sembra difficile parlare di conflitto in unpaese dove la polisemia delle parole,
piuttosto che alimentare il campo del possibile, insiste sull'ambiguità
e la violenza del necessario. Il «movimento » è diventato
d'improvviso la formula magica per sostenere la democrazia in crisi d'ossigeno,
per dare appoggio a questa o quella minoranza interna al governo, a questo o
a quel partito.Comefar uscire i conflitti dall'ambiguità ecomeridare
centralità alla parola dei movimenti è sfida assai più
ardua che interroga chi, in Italia e in Europa, ha a cuore la trasformazione
delle cose. La premessa nonper è nulla esercizio ozioso se il tema di
cui trattiamo è l'università. Nonostante le poche briciole ottenute
da Mussi, l'università italiana è destinata alla debacle. Non
c'è stata alcuna inversione di tendenza e l'agonia, in assenza di provvedimenti
strutturali,può trasformarsi rapidamente in disfatta. Per non parlare
poi della crisi del 3+2 e della «riforma a costo zero» di Berlinguer-Zecchino.
La sinistra, che già aveva fatto male negli anni passati, aggiunge danno
al danno. I limiti della riforma si accompagnano alla «cura dimagrante
». Eppure per molto tempo questa stessa sinistra aveva parlato di «società
della conoscenza», di «economia dei beni relazionali», di
una «terza via» europea. Parole appunto, mentre i numeri parlano
di un sottofinanziamento indecoroso e, soprattutto, di una radicale smentita
della relazione tra proliferazione di nuovi specialismi e mercato del lavoro.
Bisognerebbe ammettere una volta per tutte che questa relazione non può
in nessun modo procedere in maniera lineare e che gli specialismi producono
solo precarietà. Bisognerebbe dire in modochiaro che unpaese chenon finanzia
ricerca e innovazione rovescia il peso della competitività globale sui
costi della forza lavoro e sulla deregulation contrattuale. Bisognerebbe aggiungere
che la condivisione dei saperi edelle tecnologie sono basenonsostituibile diunprogetto
di nuovo welfare. Parlare di diritti nell'epoca del post-fordismo e del capitalismo
cognitivo significa parlare di un'università aperta alla cooperazione,
dove le conoscenze e l'innovazione producono società oltre la iattura
del lavoro e dello sfruttamento. Contro questo attentato del mercato contro
l'intelligenza dovrebbe essere sferrata l'offensiva di studenti e precari e,
perchè no, di docenti «coraggiosi». E invece si preferisce
uno sciopero «educato» o, peggio, unamanifestazione studentesca
che parla di un mitico «primo maggio» senza conflitto. Fortuna vuole
che un percorso di altra natura che mette in relazione studenti e ricercatori
precari, autorganizzazione e sindacati di base, muoverà i primi passi
importanti questa mattina in tante città e università italiane.
Una parola comune: generalizzare lo sciopero, bloccare l'università!
Istat I precari occupano e i dati non escono I cococò e i precari Istat
hanno bloccato ieri l'uscita dei dati sul commercio estero. La protesta è
stata animata, compreso un incidente non grave: un furgone ha investito tre
lavoratori davanti alla sede nazionale dell'istituto, a Roma. I cococò,
in lotta da anni per la
stabilizzazione, hanno occupato nel pomeriggio il datashop dell'istituto, e
ieri sera hanno deciso di fermarsi fino alla notte, muovendosi questa mattina
verso i cortei previsti a Roma. Si contestano i 20 milioni di tagli dell'attuale
finanziaria, mentre si ricorda che i 320 rilevatori sulle forze lavoro sono
ormai cococò da anni. Le proteste sono organizzate da Flc Cgil, Fir Cisl,
il Pa-Ur e dal Collettivo precari Istat.
U
Alessandro Dal Lago
Il fallimento dell'università-azienda
La riforma Berlinguer è servita solo ad allungare la durata degli studi
e a mantenere un potere baronale a spesso autoreferenziale. pesso E gli studenti?
Si comportano come a un supermarket, prendono quello che gli serve e vanno via
Alessandro Dal Lago Chi è vecchio del mestiere accademico sa benissimo
come è andata. La riforma «3+2», al di là di tutte
le chiacchiere formative, la retorica mercantile e il terrificante linguaggio
aziendalistico, è servita ad allungare la durata degli studi (da una
media di quattro a cinque anni nominali, cioè a sei-sette reali). Il
carico didattico per gli studenti, in virtù delmeccanismo dei crediti,
è aumentato fino a cinquecento ore di lezioni in aula. Questo significa
semplicemente che l'università italiana è diventata, nel caso
migliore, un college, una sorta di grande scuola preparatoria (ma a che?). D'altra
parte, basta considerare il tipicomanuale pubblicato dalle case editrici universitarie:
un libretto di 120 pagine e bibliografia di dieci titoli, in cui si concentrano
le nozioni di corsi o «moduli» di 20 o 40 ore. Unadidattica asfissiante,
generica, frammentaria. Mase è andata così non è solo per
il velleitarismo delle lobby pedagogico-aziendalprogressiste che premevano dietro
Berlinguer (basterebbe andare a vedere la composizione delle apposite commissioni
per comprendere l'ideologia della riforma), ma per ragioni molto concrete, che
si possono compendiarenella possibilità di espansione offerta ai gruppi
accademici. È semplice: se per la miamateria è previsto il doppio
o il quadruplo di ore, all'inizio cercherò di coprirla io, poi mi farò
dare un professore a contratto e alla fine busserò al preside in cerca
di posti, che prima o poi la facoltà mi darà. Ed ecco perché
la «3+2» è stata il risultato di incessanti negoziati, nelle
apposite commissioni nazionali, tra potentati accademici. I piani didattici
- le famose tabelle - non erano altro che schemi più o meno cifrati per
lo sviluppo delle discipline, e quindi delle relative cattedre che si profilavano
all'orizzonte. Cinismo? Ma no, realismo. Il problema non risiede nella psicologia
professionale, nella baronalità, ma nell'organizzazione che favorisce,
da sempre, l'uso dell'università ai fini dell'accrescimento del potere
di chi ci sa fare. Attenzione: non sto dicendo che l'università sia solo
questo. È chiaro che una base di serietà, di autentica passione
per il proprio lavoro, perfino di disinteresse, c'è, probabilmente in
ogni struttura accademica, anche se a macchia di leopardo. Diciamo che il gioco
del potere è essenziale per quanto riguarda la riproduzione strutturale
dell'università, dall'ammissione al dottorato all'elezione dei rettori.
Ma di che potere si tratta? In larga parte simbolico, se non immaginario. Con
l'eccezione delle facoltà dimedicina, che gestisconouna buona parte dei
sistemi ospedalieri, e della ricerca nei settori hard o finalizzati al mercato,
il potere che offre la struttura universitaria ai baroni è largamente
autoreferenziale: essere riconosciuti, far trionfare la propria visione scientifica
o culturale del mondo, scegliere gli allievi, imporsi ai concorsi, cioè
far fare carriera ai propri allievi come qualcuno l'ha fatta fare a noi. Un
professore universitario sa bene che il riconoscimento (se non scrive sui giornali
o non pubblica romanzi) è circoscritto al suo piccolo mondo. Mase ne
nutre, perché è la sua ragion d'essere. Vive di riconoscimento,
proprio come un'auto ha bisogno di benzina. Se fosse tutto qui, si tratterebbe
dell'aspetto patetico di ogni professione pubblica (ma sì, l'approvazione,
la recensione, la citazione, la comparsata in Tv).Maio credo che, conoscendo
i propri polli, il sistema politico (in cui non a caso approdano tanti professori
universitari) abbia da
sempre sfruttato questo spasmo - il bisogno di riconoscimento - per far trangugiare
le riforme più omeno insensate. L'aumento dell'«offerta formativa»
(lauree e quindi posti potenziali) e le ondate di concorsi promossi da Berlinguer
hanno di fatto tacitato il mondo accademico, mentre avvenivano trasformazioni
di cui probabilmente avvertiremo le conseguenze per decenni. Per cominciare,
salvo qualche protesta simbolica dei rettori, nessuno si èmobilitato
davvero contro unsistema che riduceva progressivamente i finanziamenti proprio
mentre veniva attuata la riforma; ed ecco i corsi di soli docenti a contratto
o quasi, le specializzazioni fantasma, le biblioteche senza libri, idipartimenti
senza computer, le università a caccia di studenti nelle più remote
valli, imaster privi di senso - in cui si insegnano le stesse cose delle specialistiche,ma
a uncosto quadruplo, a dir poco - gli inutili corteggiamenti
all'impresa, che ovviamente si disinteressa allegramente della ricerca e della
formazione, se non quando serve ai propri scopi più o meno immediati.
Una situazione depressiva a cui i quattro soldi riservati dalla finanziaria
non porranno certamente rimedio. Ma soprattutto l'ideologia della riforma è
la vera responsabile della sensazione di crisi e di inutilità che pervade
l'università italiana; a furia di sentirsi dire che sono clienti, che
i loro studi sono valutati in termini di crediti e debiti, che hanno un «contratto
formativo» ecc. ecc. gli studenti hanno cominciato, giustamente, a comportarsi
come visitatori di un supermercato. Prendono quello che gli serve, o che credono
tale, e se ne vanno. Se non hanno di meglio da fare, vengono a lezione, altrimenti
no. Eperché dovrebbero fare altrimenti?Quando mainelle micidiali carte
che hanno accompagnato la riforma, a partire dal famoso documento Martinotti,
è statodetto che all'università si va per apprendere metodi, stili
e conoscenze utili a una futura professione, ma non strettamente professionali,
e soprattutto per acquisire, per così dire, una cittadinanza intellettuale,
analitica o scientifica? Che le scienze della comunicazione non dovrebbero essere
pensate solo per produrre «comunicatori», le lettere moderne per
creare insegnanti di scuolamedia, la matematica per le aziende di informatica,
la biologia per le analisidi laboratorio e la filosofia per quest'altra geniale
trovata, la consulenza filosofica? Lo sappiamo tutti che andrà così,come
è sempre andata così,mache università è quella in
cui non si coglie l'opportunità di curiosare, indagare, studiare, approfondire,
conoscere per il gusto di farlo, per passione o vocazione? Esattamente comeavviene
in tutti i campi che rendono la vita degna di essere vissuta? Se qualcuno tra
gli astuti ideatori della riforma - esperti di sistemi scolastici, pedagogisti,
studiosi di formazione, consulenti aziendali ecc. - leggeràmai queste
righe, sghignazzerà per il loro «romanticismo». C'è
da chiedersi però dove sia il loro senso pratico, il loro realismo, la
loro lungimiranza, visto quello che l'università italiana è diventata
negli ultimi anni, anche se non esclusivamente a causa della riforma. In sostanza,
un sistema di riproduzione e trasmissione di un sapere medio, non troppo avanzato
né troppo arretrato, burocratizzato, aziendalistico (anche se alla buona,
all'italiana), disponibile, già da ora, alle più ambigue sponsorizzazioni
purché portino un po' di denaro fresco. Si poteva fare diversamente?
Certamente si, se i gruppi che hanno promosso la riforma - non dimentichiamolo,
invenzione del centrosinistra - invece di partire dall'aziendalismo riformista,
dalla confusamitologia della terza via, fossero partiti da un'autentica conoscenza
dei sistemi universitari più sviluppati, dalla ricognizione dei bisognidelle
nuove generazioni, da una serena analisi dei meccanismi di riproduzione del
potere accademico, al limite da qualche principio culturale non finalizzato
almercato. E dire che tra loro i sociologi non mancavano! Matant'è.Enon
misembra il casodi nutrire troppo speranze. Seunpremio Nobel quasi centenario
deve minacciare di far cadere la maggioranza per quattro soldi destinati alla
ricerca, proprio mentre il governo di centro- sinistra aumenta i fondi destinati
alle spese militari (per i caccia-bombardieri, notoriamente indispensabili alla
nostra sicurezza), che ci aspettiamo sull'università?
Matteo Bartocci
«Lo studente-cliente non si può bocciare»
La «macchina universitaria» vista da un ingegnere-ricercatore: «Oggi a si lavora solo per le aziende. Dal i Miur arrivano 6mila euro l'anno» Matteo Bartocci
«Pronto comestai? Ti volevo ricordare che per noi lo studente è
un cliente ecometale deve essere trattato ». La voce all'altro capo del
telefono è netta. Valerio, 36 anni, è un ricercatore fresco di
nomina (usiamo un nome di fantasia per «proteggerne» la carriera),
tiene la cornetta incollata all'orecchioma già sa di che si tratta: alla
sessione di esami ha bocciato 8 studenti su 40,
è andato sopra la media tollerata e la cosa nonè passata inosservata.
«Sei tu che hai spiegato male oppure sei stato troppo severo per i nostri
standard? Sai - continua la voce - dobbiamo remare tutti nella stessa direzione,
non possiamopermettere che sipensi chenel nostro corso ci sono dei blocchi insuperabili
per gli esami». Valerio è uno bravo. Per questo è uno di
quelli che ce l'ha fatta: dopo sei anni di precariato ha vinto un concorso da
ricercatore nella facoltà di ingegneria di una grande università
del centrosud. Per 1.180 euro almese tieneun corso del secondo anno della laurea
triennale. «Appena entrato una cosa l'ho capita subito - racconta - la
preparazione finale dello studente oggi interessa ben poco, nelle università
senza soldi la concorrenza per accaparrarsi le iscrizioni è feroce. Gli
esami si devono fare senza intoppi. uno dietro l'altro, perché la corsa
per i crediti è frenetica». Lavora in una stanza senza finestre
salvo una piccola bocca di lupo: «Negli ultimi tempi le pulizie in facoltà
non le fanno più, al massimolamattina svuotano i cestini per la carta,
e tra polvere e mancanza
d'aria ogni tanto prendo io alcol e scopettoni e le faccio da solo». La
sua giornata scorre soprattutto davanti al computer, dopo pranzo l'edificio
si svuota e nei corridoi semibui Valerio rimane da solo. Sembra di stare a scuola
o in un ministero. «La ricerca di base non esiste - spiega - i grandi
strumenti che abbiamo risalgono agli anni '80, eppure ci sarebbe tanto da fare
suimateriali o l'impatto ambientale di certe scelte. I pochi fondi pubblici
li usiamo solo per cose applicative, parliamo di circa 20mila euro a dipartimento
all'anno quindi dopo le varie ripartizioni se va bene sono 6-7mila euro per
cattedra ma di norma si scende anchemille». Soldi che almassimo servono
per andare a un congresso o per comprare ogni tanto un computer nuovo. «Ormai
per risparmiare lavoriamo solo facendo modelli al computer, così però
non mettiamomai alla prova quello che studiamo e quindi pubblichiamo quei progetti
conmolta attenzione ». Il risultato è che sulle riviste scientifiche
abbondano gli studi prodotti da quello che è il vero motore inesauribile
delle facoltà di ingegneria: le consulenze. «Ormai gli studi conto
terzi sono l'unico modoper sopravvivere. Al Nord o nei distretti industriali
fanno anche girare tanti soldi. Le aziende infatti non danno un euro per la
ricerca di base e vedono l'università solo come uno 'strumento di garanzia'
per procacciarsi lavoro presso altri. Di recente mi è capitato di proporre
uno studio sullamobilità a una grande azienda del Nord. Alla fine hanno
sorriso emi hanno detto: conosci qualcuno al comune? Voi ci mettete il sigillo
accademico, noi lo facciamo e insieme lavoriamo su qualche appalto. E' stato
umiliante. Io non sono qui per questo, se la ricerca di base non la facciamo
noi in Italia non la fa più nessuno». Sembra che a Ingegneria ormai
ci siano due tipi di persone: i «cacciatori» di consulenze e i «parassiti»
che lavorano in un proprio studio. In entrambi i casi ci si adegua fedelmente
alla linea: lezioni fotocopia e esami finti approfittandone per fare altro:
«Anche i pochi che contro Letizia Moratti si dannavano a difendere un'università
fatta sia di didattica che di ricerca oggi sonoi più accaniti nel cercare
consulenze e salvarsi la cattedra. E' la lotta per la sopravvivenza. La verità
è che tutti i governi degli ultimi anni sull'università hanno
distrutto senza costruire». Anche gli studenti si disinteressano completamente
di una crisi così grave:«Devono fare la tesi in due mesi e quindi
copiano e incollano ricerche già fatte cliccando sul mousequalche simulazione,
la macchina dell'università deve andare dritta alla metà e basta.
Di come e perché non funziona si discute troppo poco. Quando ero precario
ho pensato tante volte di lasciare, perché lo so bene che oggi la logica
dominante è che se sei uningegnere e vuoi stare all'università
allora sei un fallito, unoche l'industria ha scartato. Io invece ci spero ancora».
La precarietà ostacola la ricerca scientifica
«La precarietà ostacola la ricerca scientifica» Intervista
a Maria Carolina Brandi, del Cnr, autrice di una ricerca sul mercato del lavoro
in ambiente scientifico. Dove viene ntervista smantellato ogni mito che affida
ai rapporti di lavoro instabili una capacità di stimolo della «produttività
dei ricercatori» mantellato Fr. Pi.
Maria Carolina Brandi è una ricercatrice del Cnr che ha condotto numerosi
studi sullo stato della ricerca in Italia e all'estero. Il suo ultimo lavoro
(Portati dal vento. Il mercato del lavoro scientifico: ricercatori più
flessibili o più precari?) uscirà nei prossimi giorni in libreria.
Flessibilità e precarietà, da alcuni anni, sono le ricette più
consigliate per «aumentare la produttività». Nel mondo della
ricerca che risultati hanno prodotto?
Chi sostiene la necessità di una «flessibilità del lavoro»
in ambiente accademico, basa le proprie affermazioni su tre punti. Considera
il rapporto di lavoro a termine unpotente incentivo per aumentare la produttività
del ricercatore; suppone che la flessibilità faciliti il trasferimento
di conoscenze dall'accademia alle imprese e tra un settore di ricerca e gli
altri; sostiene che il «posto fisso» condizioni la libertà
scientifica. I risultati dell'indagine che abbiamo condotto mostrano che tutte
queste ipotesi non hanno alcun riscontro. L'output scientifico del nostro campione
è certamente elevato, ma non superiore alla media nazionale, confermando
così che la produttività di uno studioso dipende principalmente
dalle sue capacità e dalla validità del gruppo nel quale è
inserito mentre è sostanzialmente indipendente dalla stabilità
del suo rapporto di lavoro. E' noto poi che il sistema produttivo italiano è
prevalentemente basato su unaproduzione a basso contenuto di innovazione tecnologica
e quindi non assume personale di ricerca. Infine, gli intervistati ci fanno
sapere che il rinnovo del loro contratto è spesso
condizionato dal sostegno del responsabile del gruppodi ricerca; raramente possono
presentare domande di finanziamento autonome; quasi mai partecipano al lavoro
delle commissioni nazionali o internazionali che decidono. Il rapporto di lavoro
atempo determinato nondà quindi alcuno dei vantaggi che gli vengono attribuiti.
Appaiono invece evidenti gli svantaggi: tempi di attesa lunghissimi prima di
potere veder formalizzata la propria collaborazione e una crescente rivalità,
pericolosa per un armonico sviluppo di ogni settore scientifico.
Ci sono differenze significative tra la situazione italiana e altri paesi occidentali?
C'è un forte divario tra le risorse investite in Italia per ricerca e
sviluppo e quelle destinate a questi fini negli altri paesi dell'Ocse e della
Ue. L'Italia, è solo al 20° posto nella classifica Ocse per le spese
per R&S sul Pil (l'1,11%),mentre la media è del 2,25 (per quelli
Ue è dell'1,81); in Giappone e nei paesi scandinavi è superiore
al 3. In Italia questo rapporto è rimasto costante negli ultimi 10 anni,mentre
nei paesi Ocse eUe è cresciuto molto più rapidamente. Nel numero
dei ricercatori in rapporto agli occupati l'Italia è dietro solo a Turchia
eMessico. L'Italia è l'unico paese Ocse nel quale il rapporto tra ricercatori
ed occupati sta diminuendo.
Tu hai studiato il fenomeno della «fuga dei cervelli» in connessione
con i problemi di accesso alla carriera scientifica.
Come per tutte le migrazioni, anche nel caso degli spostamenti internazionali
dei ricercatori esistono fattori che spingono gli studiosi a lasciare il proprio
paese ed altri che tendonoad attrarli nella nazione di destinazione. Tra i primi,
risulta dominante la difficoltà di trovare un lavoro soddisfacente nel
sistema scientifico nazionale; tra i secondi, è più importante
la reputazione scientifica dell'istituzione ospite, insieme alla disponibilità
di mezzi per la ricerca e anche ad un atteggiamento generalmente favorevole
verso gli stranieri. E' evidente che, per frenare la fuga dei cervelli è
necessario dare adeguate possibilità di impiego a chi dimostra di essere
interessato e capace di intraprendere un lavoro di ricerca, assicurare mezzi
adeguati e riconoscimento sociale all'attività scientifica, mentre per
garantirsiun afflusso di studiosi di alto livello dall'estero, bisogna dare
adeguate risorse alle istituzioni stimate sul piano internazionale.
«Società della conoscenza» qui, dove diminuiscono le iscrizioni
alle facoltà scientifiche?
Una indagine recente sul rapporto tra «giovani e scienza» ci ha
mostrato che emerge chiaramente la percezione di un contesto scientifico poco
accogliente e poco allettante. È evidente che gli intervistati percepiscono
con chiarezza il fatto che il sistema economico e sociale italiano dedica un'attenzione
bassissima alla ricerca. Se la maggioranza dei giovani vede che ad ogni Finanziaria
le spese dello Stato per ricerca vengonoridotte, chepochissime imprese italiane
lavorano nei settori tecnologicamente avanzati, che molti laureati in materie
scientifiche svolgono lavori per i quali le proprie competenze non sononecessarie,
che i giovani ricercatori, dopo anni di precariato, debbono andare a lavorare
all'estero, indipendentemente da quale possa essere l'opinione che i giovani
hanno della scienza e delle proprie capacità di praticarla, chiedersi
perché in Italia le iscrizioni alle facoltà scientifiche calino
diventa una domanda retorica! In definitiva, più che di un
calo di «vocazioni», sembra emergere un calo nella stima di potere
effettivamente riuscire a lavorare in campo scientifico.
Andrea Capocci
Imparare ad imparare, come si riforma la conoscenza
Il dibattito sul declino del sistema formativo italiano, in primis le
università, rimane spesso chiuso tra rettori e ministri. Non solo
studenti e precari ma l'intera società dovrebbe sollecitare
un'inversione di tendenza. Oggi giornata mondiale del diritto allo
studio
La crisi dell'università e della ricerca italiana non dipende certo
dalla legge finanziaria che oggi è in discussione nelle aule.
Tuttavia, la manovra firmata dal governo Prodi e benedetta dai
sindacati confederali («l'unica possibile» disse Epifani al suo
varo)
aggrava la situazione. Anche se la Finanziaria cambierà ancora fino al
voto finale, il suo segno è ormai chiaro: gli investimenti in
università e ricerca non aumenteranno in termini reali rispetto al
passato, né si darà soluzione al problema storico della precarietà
del
settore.
La catena della responsabilità però risale a ritroso nel tempo:
il
dicastero Mussi non inverte l'indirizzo già avviato nell'era Moratti,
studenti e ricercatori precari ripetono che la riforma più dannosa fu
quella firmata da Berlinguer nel governo ancora precedente
(l'introduzione del modello universitario anglosassone soprannominato
"3+2": un triennio per imparare un mestiere e un biennio riservato
alla conoscenza di base), e si potrebbe andare ancora più indietro. La
profondità della crisi, per la verità, facilitava e complicava
ad un
tempo la missione del ministro Mussi. Bastavano timidi segnali per
suggerire un'inversione di tendenza, ma occorreva ammettere il
fallimento complessivo di quel modello di didattica e di ricerca.
Entrambe le speranze sono state deluse e ora il governo ne raccoglie i
frutti: le proteste provenienti dal suo elettorato più affezionato,
quello colto e solitamente mansueto che frequenta dipartimenti e
laboratori.
Eppure, sebbene risorse in più avrebbero permesso all'università
di
tamponare le emergenze che riguardano gli oltre cinquantamila precari
che lavorano in atenei e enti, non basta iniettare fondi in una
struttura che funziona male. L'università e la ricerca hanno infatti
perso credito nella società e risulta sempre più difficile
giustificare l'investimento pubblico, pagato dalle tasche dei
contribuenti, o tasse di iscrizione sempre più alte, che gravano sulle
finanze delle famiglie. Anche le mobilitazioni rischiano di apparire
corporative, soprattutto se giungono dagli stessi responsabili della
cattiva gestione, come i rettori delle 77 università italiane o i
dirigenti degli enti di ricerca divenuti ormai fabbrica di precarietà.
Non ci si riferisce solo alla condizione dei lavoratori della
conoscenza, le cui vicende sono note e saranno rappresentate nelle
piazze di oggi. Gli stessi studenti, nell'attuale modello di
università, entrano nel mercato del lavoro più precari di un tempo.
L'accento posto sulla formazione professionalizzante, quella del
triennio assicurato a tutti, prepara (forse) risorse umane pronte
all'uso che però rimangono indifese quando il primo impiego (molto
probabilmente precario) finisce e la specializzazione acquisita si
rivela già obsoleta. Al contrario, una solida preparazione di base,
che dia strumenti critici per interpretare i linguaggi messi al lavoro
nella produzione economica, si rivela uno strumento prezioso di
autodifesa nel mercato del lavoro precario. Lo ammettono oggi gli
studiosi dei sistemi formativi: «imparare ad imparare» vale più
di una
singola specializzazione, e consente di sopravvivere in un contesto
cangiante.
Ma evidentemente la riforma Berlinguer aveva altri obiettivi, più
vicini alle miopi esigenze della Confindustria italiana. Non
stupiscano dunque le ultime cifre sulle immatricolazioni, che mostrano
un calo sensibile delle nuove iscrizioni all'università, o le
percentuali risibili di lauree brevi, di scarsissimo valore. Nei
corridoi delle università, il fallimento della riforma Berlinguer è
constatato in modo quasi unanime, ma l'adesione al processo di
Bologna, in cui tale indirizzo fu intrapreso a livello europeo, sembra
una vincolo inscindibile. L'accordo di Lisbona, che impone maggiori
investimenti nella ricerca pubblica, viene violato a cuor più leggero.
Ognuno ha la sua idea di Europa, evidentemente. C'è chi, soprattutto
sul Corriere della Sera di questa settimana, invoca maggiore
concorrenza tra le università, attraverso un sistema di valutazione
che devii i finanziamenti pubblici laddove la "performance" è
migliore
e riduca gli atenei meritevoli di sostegno dello stato. Il corollario
è l'abolizione del valore legale del titolo di studio. E' noto che
anche nel governo questa linea è gradita.
Può essere un sistema, ma occorre essere chiari: in questo modo lo
Stato rinuncia a fornire un servizio universale, quello
dell'educazione universitaria, costringendo gli studenti ad
accontentarsi di università di serie B o a sacrifici eccessivi pur di
raggiungere una sede universitaria all'altezza del nome, visto che la
nomea conterà più del titolo. Ma con l'attuale welfare italiano,
in
cui i diritti sociali sono riservati al "posto fisso" in via di
estinzione, studiare e contemporaneamente sopportare la precarietà che
caratterizza metropoli come Roma o Bologna diventerà una missione per
molti impossibile. La precarietà dei ricercatori è dunque solo
un
effetto della generale dequalificazione descritta, e la loro
stabilizzazione è condizione necessaria, sì, ma non sufficiente
al
rilancio dell'università. Occorre un'inversione di marcia complessiva,
che restituisca alla conoscenza un prestigio sociale condiviso (oggi è
quasi un fastidio). Certo, occorre dare garanzie ai quarantamila
docenti a contratto che, per poche centinaia di euro l'anno (sì,
l'anno), svolgono le principali funzioni didattiche. Così come le
prospettive a breve termine dei ricercatori non consentono più di
intraprendere programmi di ricerca ambiziosi o "scomodi". Ma bisogna
pur ripensare il ruolo dell'università in una società che voglia
valorizzare davvero la conoscenza e farne motore di sviluppo. Sulla
proprietà intellettuale delle idee, ad esempio, si svolgono battaglie
planetarie da parte di colossi economici privati che vanno
dall'industria della comunicazione alle aziende farmaceutiche, e che
ricadono sui consumi quotidiani dei cittadini; ma le università, che
producono i saperi di base e vivono della loro libera circolazione,
sembrano non accorgersene ed accettare supinamente le regole del
mercato globale.
La valutazione del lavoro intellettuale che si svolge negli atenei e
negli enti di ricerca non è una missione da "tecnici" alla
ricerca del
modello migliore, ma dovrebbe coinvolgere l'intera società: visto che
ci mette i soldi, avrà diritto di sapere a cosa serve l'università?
Invece il dibattito rimane chiuso fra rettori e ministri. Il declino
culturale è presupposto di quello economico, non una sua conseguenza.
Eppure, si propone di adattare le università alle priorità miopi
dell'imprenditoria italiana, celebre per la sua incapacità di
innovazione e di investimento a lungo termine. Le rivendicazioni dei
precari e degli studenti non dunque vanno interpretate come un bastone
fra le ruote per le future riforme. E' proprio da quella domanda di
conoscenza e di diritti, invece, che l'Italia può sperare in uno
svecchiamento del sistema complessivo.
Ps: mentre scrivo, apprendo che un lavoratore precario di un ente di
ricerca, l'Istat, è stato investito da un furgone fuori controllo
piombato su una manifestazione contro la finanziaria, e solo per caso
non si è fatto troppo male. Finora, questo l'unico investimento certo
sui precari della ricerca.