POSSE, novembre 2007

Donne e lavoro

Antidoti contro la malinconia sociale

di Cristina Morini

C’è un fenomeno attualmente in corso nella letteratura da best seller che va sotto il nome di mummy-lit. La protagonista è sempre una donna che sceglie di abbandonare la carriera (e la vita sociale) per dedicarsi ai figli. Nel Regno Unito sono usciti molti volumi di mummy-lit, alcuni dei quali sono stati tradotti in Italia. Tra gli altri, Shopaholic and Baby (I love shopping per il baby, Mondadori) di Sophie Kinsella, Mother’s Day (Supermamme disperate, Salani editore), The Yummie Mummy di Polly Wiliams (Vita bassa e tacchi a spillo, Piemme).

Libri pieni di luoghi comuni e di distorsioni. Un puro fenomeno commerciale, inventato per vendere migliaia di copie in molti paesi europei. Dunque, perché osservarlo? Perché fotografa un aspetto sociologico, benché non apporti nulla alla cultura e meno che mai alla letteratura. La vita di queste eroine di carta, al contrario di quella delle loro lettrici, si snoda tra bambini, marito, parchi gioco e varie frustrazioni domestiche. Per andare “oltre il lavoro” si sono consegnate alla vita delle loro madri. E con ciò accendono i sogni delle coetanee trentenni che divorano queste pagine nelle pause pranzo, in ufficio.

In Italia il numero delle donne laureate è superiore a quello degli uomini, ma nel mondo dell’occupazione flessibile sono quasi il doppio degli uomini (il 65% dei contratti a progetto, fonte Inps). Tutto questo si traduce in una vita affettiva frammentaria, conciliare relazioni stabili e figli con il lavoro precario è arduo. Così, questi libri parlano di quell’altro lato delle donne (e degli uomini), che tende a tacere. Nella società ipercomunicativa che tutti i giorni viviamo rischiamo di essere ciò che comunichiamo. Verrebbe da dire che non è vero ciò che è vero ma che diventa vero ciò che si comunica. Il lato oscuro è quello che non comunichiamo. Poiché non è pubblico, allora non esiste, dunque non possiamo conoscerlo.

Capita di rimanere istintivamente, irrazionalmente colpiti, di questi tempi, da tutto ciò che fa baluginare, anche nel peggiore dei modi, ipotesi di rivincita della vita lungo un orizzonte di uscita dal lavoro salariato. Cosa ben diversa dal sospirare un ritorno acritico tra le pareti domestiche. Sarebbe soprattutto auspicabile che le donne italiane (europee) facessero collettivamente un’analisi seria sul loro rapporto con il lavoro, nel passaggio dal fordismo al capitalismo cognitivo. Non si intende naturalmente sottovalutare il carattere duttile, trasformista e adattativo del desiderio, sempre in grado di rimodularsi, anche sui terreni poco fertili come quelli attuali, ma va sottolineata una certa malinconia dilagante, polverizzata nella sfera sociale, la quale punta sempre più indifferentemente a un riconoscimento dell’umano solo attraverso l’uso economico totalizzante che se ne fa. Il privato diventa muto, semmai violento, nevrotico, folle. La sfera del lavoro ha la pretesa di essere un corpo vivente, che necessita tutto il tempo, tutte le cure, le parole e le azioni. Un modo di produzione che è diventato un modo d’essere, che informa di sé tutto il sociale, organizza tempo e spazio, struttura i sistemi di valore. Cosicché, poiché ciò che la donna (e l’uomo) “è” dipende non solo dalle sue idee, credenze e sentimenti ma da come produce e lavora, il carattere performante del lavoro, la sua accentuata individualizzazione e parcellizzazione, la sua deintellettualizzazione attraverso l’interiorizzazione, profonda, nello spirito, nell’intelletto, dei processi macchinici, accentuano la malinconia, come senso della perdita complessiva del sé, una malinconia che viene istituita socialmente. Il corpo risulta desoggettivizzato, disciplinato, incluso, direttamente immerso in campo politico, “i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono, lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, a certe cerimonie, esigono da lui dei segni” (Foucault, 1979: 29).

In questo quadro, tutte le forme possibili, anche solo immaginate, di sottrazione e di infedeltà al processo, la sovversione di un ipocrita e fuorviante modello emancipativo/produttivista e di un vocabolario che parla del lavoro, di questo lavoro antropogenentico (Marazzi, 2005: 112 ), non come di una necessità ma come della “cosa migliore” per le donne, mettono in discussione progressivamente le manipolazioni del modello bioeconomico presente, che pretende di sottomettere tutto, invenzione, scoperta, creazione.

Femminilizzazione, ergo degenerizzazione

Secondo l’Osservatorio provinciale sul mercato del lavoro [1], nel 2004 il tasso di occupazione femminile in provincia di Milano risulta superiore di quasi 12 punti percentuali rispetto al dato nazionale (56,9% contro il 45,2) e di quasi due punti rispetto al dato lombardo (55,0%), con una crescita costante nell’ultimo decennio: l’incidenza della componente femminile sul totale dell’occupazione milanese ha evidenziato una dinamica significativa negli ultimi dieci anni, passando dal 38% del 1993 al 43% del 2004. Se tale andamento dovesse venir confermato anche nel prossimo decennio, è possibile stimare che nel 2020 metà dell’occupazione milanese risulterà femminile [2]. Milano presenta al più elevato grado quello che viene ormai da più parti definito come processo di femminilizzazione del lavoro in termini di maggiori possibilità di impiego per le donne (occupabilità) [3]. La maggior occupabilità femminile sta a indicare la tendenza verso il maggior peso del lavoro cognitivo-relazionale e quindi segnala il ruolo crescente degli aspetti bioeconomici su quelli tradizionalmente economici, più legati alla produzione materiale, settore d’impiego tradizionalmente maschile. Tale processo finisce per tramutarsi, effettivamente, in più ampie opportunità di lavoro a livello qualitativo per le donne, ma va anche collegato, realisticamente, all’incremento dei livelli di precarizzazione del lavoro (Posse, 2003). Milano rappresenta il contesto territoriale idealtipico del lavoro cognitivo, dove si sviluppano forme di contrattazione individuale in linea con l’unicità cognitiva della prestazione fornita.

Se guardiamo al contesto italiano in generale, le donne rappresentano in media il 38,8% dell’occupazione totale, ma la loro presenza varia dal 77% degli addetti ai servizi domestici al quasi 70% di coloro che svolgono attività impiegatizie di vario tipo. Su un totale di 28 macroaree in cui vengono classificati i settori e i rami di attività economica, le donne costituiscono la maggioranza degli addetti in sei di queste (fonte Istat, Censimento popolazione, 2001), dalla già citata attività di servizio alla famiglia, all’istruzione e formazione, alla sanità e assistenza sociale, alle attività di servizi, al terziario legato al commercio, alle organizzazioni associative, politiche e sindacali. In quasi tutti i rami dell’industria la presenza femminile è invece marginale. La concentrazione femminile più elevata in assoluto si osserva in tre settori principali del terziario (formazione; sanità; assistenza). La massiccia precarizzazione del lavoro a cui ha assistito il mercato del lavoro italiano ha influenzato in modo esplicito la distribuzione di genere all’interno delle professioni terziarie e cognitive, dove le donne risultano molto gradite. Questo in forza di una serie di caratteristiche qualitative/adattative che sono in grado di garantire, a una loro maggior capacità di muoversi nel lavoro della società del rischio (Fiorani, 2003: 77), facilitata dalle loro molteplici identità.

Si può assumere che il processo di femminilizzazione del lavoro cognitivo porti con sé un aspetto segregazionale di tipo tradizionale, aspetto macroscopico nella presenza delle donne nelle attività di servizio. Oggi, anche ambiti come la ricerca, la formazione, i media si aprono vistosamente alle donne allorquando il lavoro intellettuale si trasforma progressivamente in lavoro salariato. Oggi, all’interno della figura del lavoratore cognitivo convivono, dialetticamente, due diverse forme di lavoro, manuale e intellettuale insieme. Tale distinzione è riconducibile a quella tra lavoro astratto e lavoro concreto. Nelle industrie culturali e degli “stili di vita”, giornalisti, scrittori, ricercatori, illustratori, registi, lavoratori del web o della moda vedono aumentare progressivamente la quota di lavoro astratto, pur mantenendo, il loro lavoro, elementi necessariamente concreti: differenziazione, complessità, individualità e creatività. La separazione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è più così netta come nel capitalismo industriale-fordista: nell’ambito della produzione cognitiva si può passare indifferentemente da lavoro astratto a lavoro creativo concreto, con esiti di valorizzazione sia del valore di scambio che del valore d’uso. Quando tutto questo accade, insomma, ecco arrivare le donne.

Esiste dunque un legame con un aspetto segregazionale, dicevamo. Ma in realtà veniamo colpiti da altri aspetti, più nuovi. Guardiamo al campione di un’inchiesta svolta alla fine del 2006 tra i free lance della Rcs periodici [4]. In maggioranza donne, con elevata formazione (laurea e/o master), il 42,8% delle intervistate ha già figli, mentre il 57,1 non ne ha. Abbiamo chiesto a queste ultime se ritenevano che la loro condizione lavorativa “non strutturata” in qualche misura influisse sulla scelta di avere figli. Il 12,5% ha risposto “molto”, il 31,2 “abbastanza”. Benché la maggioranza delle donne intervistate dichiari di non riconoscere questo elemento come un problema, i due dati sommati ci dicono che il 43,7% delle free lance del campione intravede una relazione tra la propria situazione lavorativa e la difficoltà ad agire autonome scelte di vita: il lavoro tende a sovradeterminare il desiderio e limita la volontà del soggetto. Dobbiamo sottolineare però come questo limite sia avvertito in maniera assai più decisa dagli uomini del campione, secondo i quali la condizione lavorativa precaria influisce “molto” sulle scelte riproduttive nel 23% dei casi e “abbastanza” nel 53,8 (totale 76,8). Gli uomini sembrano più sensibili al problema rispetto alle donne. Come si spiega? Si può ipotizzare che la femminilizzazione del lavoro abbia a che vedere con una forma di tendenziale modificazione della specie portata con sé dal carattere pervasivo del lavoro, una degenerizzazione tendenziale indotta dal lavoro. Tutto ciò sta implicando, anche, una maggiore difficoltà, per gli uomini, a confrontarsi con i limiti che la precarietà implica, trasversalmente, sui ruoli socialmente assegnati. Le strategie di sopravvivenza che il lavoro precario ti costringe a mettere in atto complicano vistosamente l’esistenza delle donne e degli uomini, rendendo oggettivamente difficile gestire contemporaneamente sfera privata e sfera pubblica, modificando, mischiando ruoli e rapporti tra i generi, i valori, le priorità, i desideri, rendendo più labili le continuità, anche affettive, le progettualità, le proiezioni di sé al di fuori di sé.

In questo senso si può parlare di degenerizzazione dell’attività lavorativa. È possibile ritenere che la precarietà contribuisca, in prospettiva, a de/ri/costruire l’identità, degenerizzando il lavoro. È giusto notare che la precarietà, ai fini dei nuovi processi di accumulazione flessibile, innesta e coniuga il processo di femminilizzazione del lavoro – il divenire donna del lavoro – dominando un aspetto trasformativo della persona e inducendo un cedimento progressivo della dicotomia fordista uomo/donna, produzione/riproduzione. Poiché, oggi più platealmente che mai, le differenze tutte, nella loro variegata moltitudinarietà singolare, diventano oggetto di estrazione di valore, in termini capitalistici.

Ciò che vogliono da noi

Negli ultimi cinque anni il consumo di psicofarmaci in Italia è aumentato del 75%. Questo aumento è legato all’emergenza di nuove patologie, derivanti dallo stress e dalle condizioni di vita attuale. Le condizioni di vita nelle società occidentali rendono indispensabile l’uso di sostanze psicoattive, utili per far fronte all’intensificazione dei ritmi di lavoro e alla conseguente ansia sociale. L’industria farmaceutica si è attrezzata, proponendo un’infinita gamma di prodotti che migliorano le prestazioni. In una società “globale” che impone come regola la flessibilità e la velocità, ansia e depressione (facce diverse della malinconia sociale) vengono tamponate con l’uso legalizzato degli psicofarmaci.

La vita viene strumentalizzata attraverso pratiche culturali, sociopolitiche, epistemologiche e tecniche. E questa simulazione non è un fatto derivato e minore, ma primario e costitutivo. Cosicché torniamo alla nostra provocazione iniziale, a Kinsella e alla mummy lit: poiché la nostra prima esistenza è sempre più tragicamente indisponibile a noi stessi, facciamo ricorso alle droghe per reggere o proviamo a giocarcene una seconda, mandando avanti il nostro avatar, come in SecondLife. Né la nostra prima esistenza, né tanto meno la seconda, possono mantenersi esterne a feroci relazioni di mercato, tutto il meccanismo generato è fonte di valore in termini capitalistici.

Alla base di questo tipo di reificazione dell’umano sta “una relazione tra persone che assume il carattere di cosa e dunque acquista una sorta di “oggettività fantomatica”, un’autonomia apparentemente tanto razionale e omnicomprensiva da nascondere ogni traccia della sua natura di relazione tra persone” (Lukàcs, 1974: 83). La prima cosa su cui interrogarsi seriamente oggi, parlando di femminilizzazione del lavoro e di degenerizzazione del lavoro – e dunque a partire dal perché le donne sono diventate più potentemente che in passato un “bacino strategico per l’impresa” – è proprio il concetto di “relazione” sul quale molto si è insistito come elemento qualificante portato al lavoro dalla cosiddetta differenza di genere. Nel mercato del lavoro attuale la “relazione” assume il significato definito all’interno dei meccanismi del capitalismo cognitivo, un sistema integrato capace di innervare tutte le relazioni sociali. La relazione nel mercato del lavoro non ha a che vedere con una maggiore o minore capacità interattiva, empatica, costitutiva e costruttiva del soggetto nel rapportarsi all’“altro”. Il prodotto domina più che mai l’essere umano e i rapporti sociali appaiono come semplici rapporti tra “cose”, autonome rispetto a chi le ha prodotte. Nell’industria culturale contemporanea i lavoratori intellettuali (o cognitivi) vengono portati a rinunciare a quella che è la caratteristica fondamentale del lavoro concreto, ovvero il controllo sul prodotto, dalla fase di ideazione a quella di realizzazione. La conoscenza tende a trasformarsi in merce e la merce reificata occulta ogni relazionalità sociale. L’impressione è che i rapporti gerarchici stiano, almeno in Italia, prevalendo fortemente: l’appropriazione della produttività cooperativa e sociale del general intellect avviene comunque, all’interno del capitalismo cognitivo, senza bisogno di fare lo sforzo di una modificazione organizzativa che preveda il riconoscimento di una “relazione” tra le parti posta al di fuori di una relazione di tipo produttivo. Nei luoghi di lavoro, progetti completamente sfasati perfino rispetto agli obiettivi economici, vengono calati dall’alto, senza alcuna valorizzazione delle competenze (né formative, né tanto meno emotive), non esiste coinvolgimento della base, né esso viene in alcun modo richiesto: in questo senso le capacità relazionali del soggetto non sono affatto un atout, mentre l’organizzazione governata con “intelligenza emotiva” è un’invenzione della propaganda. Non c’è nulla di più accentrato, gerarchico, burocratico e inamovibile dell’impresa italiana.

Obiettivo dell’impresa è la vita del lavoratore, la “vita stessa” (Franklin, 1993: 96-131). L’adesione deve avvenire sulla base di uno sforzo fideistico, di un affidamento totale, a senso unico. Si fanno dichiarazioni integraliste, una sorta di platonismo sconcertante: “lavorare con noi sarà come essere innamorate, saremo felici”. La lavoratrice, il lavoratore ascoltano attoniti: sanno benissimo che essere innamorati, è un’altra cosa.

Tutto ciò viene consentito dall’afasia della precarietà, dal senso di labilità, di fragilità che la frammentazione produttiva porta con sé e che è vissuto trasversalmente nell’intero mondo del lavoro, indipendentemente dallo status giuridico specifico del singolo lavoratore. In Italia sempre più il lavoro cognitivo dipendente contemporaneo risente direttamente della precarietà polverizzata nel mercato del lavoro, ma sempre meno gode di autonomia: non esiste la possibilità di andare oltre le direttive operative di un’organizzazione che si mantiene totalmente rigida, pur all’interno di un contesto completamente flessibilizzato.

La femminilizzazione del lavoro, soprattutto la femminilizzazione del lavoro cognitivo nel capitalismo cognitivo, aiuta potentemente a inglobare la vita e le sue energie. Se nel gioco economico entra esplicitamente la vita stessa, spetta alle donne “proteggere la specie dall’estinzione”, dirottando là, verso l’impresa-corpo-vivente, tutto il tempo, tutte le cure, tutte le parole, tutte le attenzioni. In questo senso, la femminilizzazione del lavoro va intesa come aspetto particolarmente paradigmatico, prototipico del capitalismo cognitivo. La natura conosciuta viene ricreata come vita rappresentata, le interazioni appaiono sotto forma di “cose” (anche quando non tangibili), la creazione si trasforma in produzione. Così le donne debbono occuparsi di ciò che oggi il capitalismo cognitivo intende per “specie”, vale a dire gli “esseri” (le cose o comunque i simboli immateriali che hanno preso il loro posto e che determinano flussi di valore, animano il mercato) create nel gioco economico. Tempo e cure vanno dirottati sul lavoro e in questo si fa appello a un’atavica attitudine femminile a occuparsi degli altri. Ebbene, uno degli aspetti più interessanti, più drammatici oltre che più difficili da rendere, sta proprio in questo processo di reificazione dell’umano, del corpo femminile, della natura, all’interno dei meccanismi economici attuali: “mi consuma la curiosità per le regioni dove il soggetto pieno di vita si muta in un morto vivente” (Haraway, 2000: 190).

Si apre qui il capitolo complesso della quantificazione e della valorizzazione di tutto il lavoro invisibile che anche in ambito produttivo – esattamente come è stato ed è in ambito riproduttivo – esiste e viene tradotto in “merce”. Molto difficile, parlando di lavoratori della conoscenza, è, già, stabilire uno slash nell’azione (produzione/creazione) del soggetto che lavora. Poiché è il soggetto stesso che, in base a proprie singolari caratteristiche, scrive, impagina, traduce, spiega una slide, fa il figurante in televisione ma all’interno di un contesto produttivo dove è eterodiretto, in forza di indicazioni sempre più precise, esecutive, esterne a lui ma che si pretendono interiorizzate e che comunque vengono svolte in forza della sua imprescindibile singolarità. Assistiamo così una “mobilitazione totale” dell’individuo. Un processo di estensione e approfondimento dello sfruttamento capitalistico, una dialettica che crea tensione e che non viene in alcun modo remunerata.

Che cosa te ne fai dell’intelligenza se non riesci a cavarne una giovevole malinconia?

All’interno del complesso quadro tratteggiato la prima cosa è situarsi senza ricorrere all’identità: fare affermazioni generali che valgano “per le donne” è impossibile, se non attraverso il lavoro senza fine di articolare i mondi parziali dei saperi situati (Spivak, 2004). Parlare di “donne”, cioè, non può voler dire pensare un unicum, ma usare una obbligatoria semplificazione lontana da qualsiasi vicinanza a teorie che facciano riferimento a un binomio eterosessuale. È necessario tenersi in un equilibrio precario tra i soggetti, allargando continuamente i confini: la degenerizzazione del lavoro stessa ci invita a sposare un’ottica flessibile, sottolineando la presenza di soggetti di provenienze diverse e diversamente sessuati, a partire dalla consapevolezza della tendenziale sussunzione da parte del capitale di tutte le differenze e di tutte le forme di vita.

Fatta questa premessa, è bene sottolineare che la potenziale modificazione della specie introdotta dai nuovi meccanismi produttivi ha un impatto particolare sulle donne. Lo spirito del capitalismo contemporaneo comporta la obbligatoria sostituzione delle ricchezze primarie, della natura, a beni artificiali e mercantili. La natura è fonte di rischio e di disordine. Va normata, addomesticata, vanno sradicate le imprevedibilità che porta con sé. Le donne che il capitalismo cognitivo inserisce nel mondo del lavoro hanno, dentro questo quadro, l’assoluta necessità di liberarsi di tutti gli aspetti riproduttivi per concentrasi sugli obiettivi produttivi. Da un lato si ricorre perciò alle donne migranti che, attraverso i percorsi dell’economia globalizzata, sostituiscono le lavoratici cognitive nei loro compiti riproduttivi, i quali entrano a far parte di una dinamica salariale. Dall’altro, tutto sembra spingersi ancora più in là, nel senso di una industrializzazione della riproduzione attraverso l’ingegneria genetica. Sono in gioco, cioè, la libertà riproduttiva delle donne, in modo diversamente declinato, nonché la traduzione in merce della riproduzione, che si apre al mercato. Le donne del sud del mondo sono trasformate in sostitute salariate della riproduzione delle donne del nord del mondo, a scapito della propria capacità/volontà riproduttiva; le lavoratrici cognitive vengono spinte verso l’orizzonte della vita artificiale e/o sterile. Le catene significative che vengono suggerite da questo genere di collegamenti non riguardano, semplicisticamente, cause ed effetti. Sono importanti intersezioni multidimensionali che tengono insieme il nuovo ordine imperiale (Haraway, 2000: 278), che si basa su un nuovo ordine percettivo e valoriale.

D’altra parte questa concezione produttivista, salarista, macchinica del vivente e la sua pretesa di introiettarlo interamente dentro la dimensione del lavoro porta di converso, in sé stessa, il suo limite: “la coscienza è indissolubile dalla attualità del suo corpo (…). L’intelligenza si sviluppa su questa base (…). C’è un sapere intuitivo, precognitivo, che comprendiamo solo con il nostro corpo. Ora, invece, una concezione macchinina dell’intelligenza la presuppone come qualcosa che è sempre stato là, programmata nel cervello, pronta a essere tutta mobilitata. Ma l’intelligenza non è propriamente un programma già scritto: essa esiste soltanto in quanto vivente, come capacità di prodursi secondo le proprie intenzioni. Questa capacità di farsi mancare che è alla base della capacità di creare, di immaginare, di dubitare, di cambiare, in breve di autodeterminarsi non è programmabile in un software. Il cervello è l’organo vivente di un corpo vivente” (Gorz, 2003: 91).

Da questo punto di vista, la precarietà, meccanismo perverso introdotto dal capitale per depotenziare il pensiero critico che si opponeva alla reificazione totale dell’individuo nel lavoro (Boltanski – Chiapello, 1999), implica, con il tempo – in forza delle capacità adattative del desiderio umano – il crescere progressivo del valore della dimensione dell’autonomia nei rapporti di lavoro atipici. Dimensione non del tutto controllabile. L’autonomia consentita, pur tra molti evidenti limiti, dalla precarietà non può anche essere e/o diventare proprio questa capacità di farsi mancare, soprattutto nel lavoro cognitivo?

La flessibilità non è più una leva di gestione straordinaria dell’impresa, ma è entrata in una fase di normalizzazione in cui si autoriproduce, senza essere una leva di sviluppo e di innovazione, né per le aziende né per i lavoratori: induce effetti sul piano quantitativo ma non su quello della produttività né della qualità del lavoro. È possibile che in futuro (come già accaduto in altri contesti) l’assenza di fidelizzazione portata con sé dalla assenza di stabilità si trasformi in un vistoso limite per l’impresa stessa? La precarietà rappresenta un elemento di rigidità economica perché tende ad abbassare le soglie della qualità del lavoro, vista l’assenza di motivazioni, di obiettivi condivisi, di processi di fidelizzazione e di valorizzazione economica del lavoro. Per tornare alle donne impiegate nel capitalismo cognitivo per molte free lance, per molte ricercatrici a contratto la questione dell’“autonomia” rappresenta motivo di soddisfazione, pur nella precarietà [5]. Non è difficile trarre da questo segnale, l’esistere – ancora, sempre, nonostante tutto – di un desiderio, di un’ipotesi, di una prospettiva che spinge le donne a vedere nel lavoro autonomo una qualche maggior possibilità di sottrarre al lavoro almeno alcune parti di sé. Dentro un contesto produttivo che si va ri-taylorizzando, che assorbe il tempo degli affetti e limita la libertà riproduttiva, il tema dell’infedeltà all’impresa, del farsi mancare diventa punto centrale. E per le donne rappresenta un incontrollabile meccanismo di rivincita di una vita che si pretende interamente produttiva. Un buon modo, per ora, di non soggiacere del tutto alla malinconia sociale, ottenendo, al suo posto, quantomeno “una giovevole malinconia" [6], una nevrosi fertile. Nel futuro, forze immaginative liberate potranno connettersi, passando da momenti di sottrazione individuale a forme più allargate e condivise di coalizione pratica?

BIBLIOGRAFIA

BOLTANSKI L., CHIAPELLO È., Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 1999
COHEN D., I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano, Einaudi, Torino, 2001
GORZ A., L’Immaterale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Milano, 2003
FOUCAULT M., Sorvegliare e punire, Feltrinelli, Milano, 1976
FRANKLIN S., Making Representations: The Parliamentary Debate on the Human Fertilisation and Embryology Act in Technologies of Procreation: Kinship in The Age of Assisted Conception, a cura di J.Edwards, University Press, Manchester, 1993
HARAWAY D. J., Testimone_modesta@ FemaleMan_incontra_OncoTopo, Feltrinelli, Milano, 2000
LUKÀCS G., Storia e conoscenza di classe, SugarCo, Milano, 1974
FIORANI E., La nuova condizione di vita, Lupetti, Milano, 2003
MARAZZI C., Capitalismo digitale e modello antropogenetico del lavoro. L’ammortamento del corpo macchina, in AA.VV, Reinventare il lavoro, Sapere 2000, Roma, 2005
POSSE, Divenire donna della politica, Manifestolibri, Roma, marzo 2003
SPIVAK G., Critica della ragione postocoloniale, Meltemi editore, Roma 2004

[1] Cfr. Provincia di Milano, Il lavoro difficile, Rapporto 2004 sul mercato del lavoro e le politiche del lavoro in Provincia di Milano, F.Angeli, Milano, marzo 2006.

[2] Cfr. Provincia di Milano, Il lavoro difficile., op. cit., pag.53 e ssgg.

[3] Se si disaggregano i dati per fasce di età, il tasso di attività e di disoccupazione risultano ancor più divaricati da quelli nazionali per la classe di età compreso tra i 25 e i 40 anni. Dopo i 40 anni si registra un brusco calo, soprattutto del tasso di attività femminile.

[4] “Free lance, tra assenza di diritti e desiderio di autonomia. Il caso della Rcs Periodici” in Libertà di stampa, diritto all’informazione: http://www.lsdi.it/dossier/precariato/index.html

[5] Ibidem, cfr. pag. 23

[6] H. Norman, Affinché ti ricordi di me, Sartorio, Pavia, 2007