Il manifesto, 17 luglio 2008
Formazione AL MERCATO - NUOVE RIBELLIONI FRA LE ROVINE DELL'UNIVERSITÀ
La ventilata trasformazione delle università in fondazioni di diritto
privato non implica tanto la loro competizione su un mercato inesistente, quanto
l'introduzione di criteri arbitrari per attingere ai pochi fondi pubblici rimasti
Gigi Roggero
L'applicazione della riforma universitaria Berlinguer-Zecchino è fallita.
Questo è il dato da cui partire. Chi lamenta l'apatia degli studenti,
sarebbe ora si ricredesse: non soltanto per i movimenti che si sono opposti
alla riforma, ma per i comportamenti diffusi e le pratiche soggettive che hanno
a lungo termine messo in crisi i dispositivi di disciplinamento e di misurazione
del sapere. Comportamenti e pratiche innervati non dalla nostalgia per le belle
lettere - come sarebbe piaciuto ai conservatori di una torre d'avorio in pezzi
- ma dalla materialità dei processi di déclassement e di precarizzazione
del lavoro cognitivo.
Nel novembre del 2005, dopo le occupazioni contro la legge Moratti, Marco Bascetta
aveva sostenuto la necessità di passare dalla «guerra» alla
«guerriglia» contro la riforma. Ebbene, la «guerriglia»
ha - almeno in parte - vinto.Tra il 2005 e oggi Fabio Mussi, ministro senza
qualità, è stato al Miur un dimenticabile intermezzo tra Letizia
Moratti e Mariastella Gelmini, scelta giudicata debole e di basso profilo, perfettamente
in linea con lo smantellamento bipartisan del sistema formativo.
Scartata l'ipotesi di una nuova riforma organica dell'università, la
neoministra si limita a navigare in quella riforma pasticciata, permanente e
inconclusa, priva di disegno strategico, che costituisce ormai da decenni la
realtà dell'istruzione superiore in Italia. E nel naufragio del 3+2,
propone di sfoltire i corsi di laurea e di monitorare dottorati e master, «area
di parcheggio da cui pescare manodopera accademica a basso costo».
Passaggi al buio
Del resto, le sue tre «parole chiave» - autonomia, valutazione,
merito - sono in piena sintonia con il think tank del «liberista di sinistra»
Francesco Giavazzi, ma stridono con una università abbandonata alla sua
inerziale rovina. Nella competizione globale per i talenti, dicono, i salari
dei professori - regolati dal merito - vanno portati al livello europeo, non
soltanto per bloccare la fuga dei cervelli, ma per attirarli. Come tutto questo
possa coniugarsi con i tagli della manovra tremontiana, i progetti di ricerca
sacrificati al prestito ponte per Alitalia e il blocco del turnover (traduciamo:
i baroni restano al loro posto e i precari pure), è un vero mistero.
Le defiscalizzazioni dovrebbero stimolare l'investimento dei privati (fondazioni
bancarie, no profit, piccole e medie imprese), i quali - da sempre disinteressati
a formazione e ricerca - potranno in questo modo godersi gli incentivi regalati
dal governo.
Comunque, il vero nodo per Gelmini e Giavazzi è la differenziazione degli
atenei, ovvero la costruzione di un mercato della formazione. Il progetto dell'Aquis,
sponsorizzato dal «Corriere della sera » e guidato da un pugno di
università autodefinitesi di eccellenza, sembrerebbe andare in questa
direzione. Tuttavia, nell'indifferenza delle imprese, anche la possibile trasformazione
delle università in fondazioni di diritto privato, ventilata nel Dpef,
non implica tanto la loro competizione su un mercato inesistente, quanto piuttosto
l'introduzione di criteri - arbitrari - in grado di gerarchizzare l'assegnazione
dei pochi fondi statali, che restano l'unica fonte, ancorché in progressivo
prosciugamento.
Anche dalla roccaforte liberal della voce.info fioccano dubbi e ironie sui provvedimenti
di una manovra finanziaria approvata in ben otto minuti e mezzo. In un articolo
inequivocabilmente intitolato Passaggio al buio, Bruno Dente - che già
da tempo caldeggia una strategia di differenziazione competitiva delle università
- osserva sconsolato la sconcertante vaghezza sui parametri che dovrebbero presiedere
la scelta del regime privatistico, sulle forme di cambiamento dell'attuale stato
giuridico e di piena contrattualizzazione dei docenti, su una auspicata flessibilizzazione
dei meccanismi di governance che cozza con la rigidità di una struttura
feudale incancrenita. Ma c'è una considerazione che precede tutte le
altre: nessun potenziale partner pubblico o privato accetterà mai di
investire in una fondazione a perdere, per nulla garantita economicamente da
governi che già da tempo hanno deciso di abbandonare l'università.
Questa a stento sopravvive e riproduce le proprie macerie succhiando le risorse
di precari e studenti.
Una mossa per non cambiare
In questo quadro, attestarsi sulla difesa del valore legale del titolo di studio,
o sulla semplice battaglia contro l'aumento delle tasse o sulla riaffermazione
della mission pubblica dell'università, laddove è proprio il confine
tra pubblico e privato a venir meno, risulta di dubbia utilità, se non
dannoso, perché rischia di ributtarci nell'abbraccio mortale di quelle
resistenze conservatrici, incarnate dalla Conferenza dei Rettori (Crui), che
già guaiscono per i tagli dei (loro) fondi. Ad esempio, se la proposta
di Giavazzi di abolire i concorsi nazionali ha l'inquietante profilo della guerra
ai «fannulloni», ciò non significa proteggere quell'odioso
meccanismo di riproduzione del perverso rapporto di vassallaggio tra precari
e baroni.
Tra l'altro, la proposta del ministero di un doppio filtro per il reclutamento
di docenti e ricercatori (nazionale e locale) è l'ennesima mossa per
non cambiare nulla. Non a caso le mobilitazioni dei ricercatori precari si sono
spente quando hanno barattato i claim dell'autonomia e della riappropriazione
di reddito con la (poco realistica) rivendicazione di concorsi per tutti, impiccandosi
alle proprie catene. Dato che il governo feudale dell'accademia è la
via italiana a una aziendalizzazione fallimentare, proviamo a spiazzare il piano
della sfida al think tank della Gelmini: il problema, per ora, non è
quanta impresa fanno entrare all'università, ma quanto baronato non riescono
a far uscire. Comincino da qui, se hanno forza e coraggio.
Pratiche di resistenza
Se la crisi è una opportunità, il suo esito è però
tutt'altro che scontato. Il «governo ombra» del Pd dimostra, sulla
università e non soltanto, grande coerenza con l'esperienza del «governo
in chiaro», nel senso che continua a non avere neanche l'ombra di un'idea.
Quanto alla ex sinistra radicale, che non ha mai brillato in materia, l'unica
battaglia sulla conoscenza che interessa è quella sul numero di tessere.
Il sindacato, infine, persevera nel considerare l'università come un
luogo di formazione delle elite, o delle corporazioni dei knowledge workers.
Così, sono le pratiche di resistenza degli studenti a rappresentare l'unica
opposizione alla dismissione. Poiché non c'è nulla da difendere,
è una resistenza che non soltanto ha inceppato i dispositivi dell'università
riformata ma, con le pratiche di autoformazione, ha costruito l'unica prospettiva
di università e autonomia in circolazione. Adesso si tratta di passare
dalla «guerriglia» alla «secessione costituente». Una
secessione che, probabilmente già a partire dai prossimi mesi, tornerà
a essere «guerreggiata».