Elementi di valutazione questionario Euromayday 2007
a cura di: Riccardo Paccosi, Rossana, Anna Borghi e Alice Marras
per leggere il questionario clicca qui - per guardare i grafici con le risposte clicca qui (pdf)
Il campione
Sono stati raccolti 206 questionari, compilati per il 57%
da donne. Se le donne prevalgono sugli uomini ad ogni età, la
fascia d’età oltre i 46 anni è composta esclusivamente da
donne.
Per quanto riguarda la fascia d’età, va sottolineato che il campione
è sì rappresentativo dei precari presenti ma non dell’insieme
dei partecipanti alla Parade. Difatti, l’edizione 2007 ha visto un forte
incremento delle fasce d’età più basse ed in particolar
modo dei teenagers. Dal momento che l’impostazione del questionario presupponeva
una condizione lavorativa precaria, i somministratori si sono rivolti soprattutto
alla fascia d’età 26-35 anni che, pertanto, risulta
ampiamente maggioritaria (49 %).
1) Rispetto ai risultati del questionario somministrato nel 2004, l’Euromayday
sembra aver aumentato la sua capacità rappresentativa:
difatti il 42 % afferma di essere precario e sentirsi rappresentato ed il 39
% di non essere precario ma condividere. In generale, sono le donne a sentirsi
più rappresentate, anche se non sono precarie. Nel 2004, ben il 47% si
limitava a rispondere “sono un precario e vengo a vedere di cosa si tratta”.
Nel 2007 questa percentuale cala al 4% per le donne, al 13% per gli uomini.
Per quanto riguarda le fasce d’età, sono i più giovani (15-20)
e i più vecchi (oltre 46 anni) a sentirsi maggiormente rappresentati,
anche se non si auto-definiscono precari. Tra le fasce d’età intermedie
resta circa un 10% di precari “curiosi”.
2) Le risposte alle domande 2 e 5 indicano il forte radicamento territoriale
dell’Euromayday: la stragrande maggioranza degli intervistati risiede
a Milano ed ha già partecipato alle precedenti edizioni.
3) Per quanto riguarda la condizione professionale, i dati
sono simili al 2004: una maggioranza relativa di lavoratori dipendenti precari
(30%) seguita da una cospicua presenza di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato
(25%). Quest’ultima, va detto, è perlopiù rappresentata
dalle fasce d’età più mature (oltre 46 anni). I giovani
(15-20) hanno difficoltà ad attribuirsi una specifica condizione professionale
e si qualificano come “altro” (studenti). Il lavoro saltuario prevale
nella fascia d’età tra 21-25 anni. Se si esamina la distribuzione
per genere, si rileva che tra coloro che svolgono lavori saltuari la percentuale
di donne è più elevata (14% vs. 6%), mentre gli uomini sono più
rappresentati tra i liberi professionisti-imprenditori (5% vs. 14%). Si nota
inoltre una lieve prevalenza degli uomini tra quanti sono lavoratori dipendenti
precari e hanno un contratto a tempo indeterminato e delle donne tra i lavoratori
autonomi precari.
4) Tornando al tema della capacità rappresentativa dell’Euromayday,
il dato relativo alla condizione contrattuale è affatto significativo:
ben il 46 % è contratto a progetto o co.co.co. mentre, nel 2004,
tale condizione giuridica si attestava al 16% ed il 38% non rispondeva alla
domanda. I contratti co.co.co e co.co.pro prevalgono dovunque, ad eccezione
che nel settore del web-media-comunicazione e nella ricerca, e in particolare
nei settori tradizionali: poste e telecomunicazioni, commercio, industria, settore
pubblico. Forte la presenza di lavoro in proprio e partite IVA nell’artigianato,
industria e agricoltura. Si rilevano inoltre sacche di lavoro nero nell’edilizia,
nei servizi alle imprese e servizi alla persona. Da chiarire la marcata dominanza
di altre tipologie a TD nel settore del web. Per quanto riguarda la ricerca,
a testimonianza della varietà di tipologie contrattuali presenti, è
da notare l’equa distribuzione di co.co.co, interinali, lavoro in proprio
e altra tipologia a TD.
5) La domanda relativa al settore produttivo – non presente nel questionario
2004 – denota una forte presenza di settore pubblico (15,30%) e del terzo
settore (13,66%). L’ambito creativo/cognitivo complessivamente
inteso risulta però nettamente maggioritario: cultura/entertainment e
web/comunicazione raggiungono assieme il 21,32%.
6) Un dato su cui riflettere è certamente quello relativo all’auto-percezione.
Posto dinanzi alle definizioni più in voga riguardanti le nuove forme
del lavoro, nel 2004 il 34% degli intervistati non rispondeva. Oggi, tale percentuale
scende all’8,73 mentre la scelta di definirsi “precario”
sale dal 24,5 del 2004 all’attuale 42,86%. Va altresì
sottolineato che, pur a grande distanza, il secondo termine scelto sia “autonomo”
(12,70), prevalente nei settori dell’artigianato ed edilizia, seguito
dal molto recente “classe creativa” (10,32), diffuso tra chi lavora
nella cultura e, curiosamente, nelle poste e telecomunicazioni. Rovinoso quanto
prevedibile il tracollo della definizione sindacalese-istituzionale di “atipico”
(7,94). Curiosamente, però, si definiscono atipici i lavoratori di un
settore relativamente “nuovo”, quello del web-comunicazione. Il
termine cognitario viene adottato da chi lavora nel settore
pubblico, nella ricerca e da chi si auto-definisce “altro” (probabilmente
si tratta in prevalenza di studenti).
7) Per quanto riguarda la domanda “Qual è il tuo desiderio
principale?”, riscontriamo una sorprendente omogeneità
coi risultati del 2004: al primo posto la continuità di reddito
(22,6 nel 2004, 26% oggi); al secondo l’accesso ai saperi (17,6 nel 2004,
17, 5% oggi); al terzo gli spazi per realizzare progetti (16,3 nel 2004, 16,5%
oggi); al quarto l’abitazione (12,5 nel 2004, 8,5% oggi); al quinto la
possibilità di viaggiare (10,4 nel 2004, 8% oggi). Il desiderio di continuità
di reddito aumenta progressivamente in funzione dell’età, mentre
la necessità di accedere ai saperi è più diffusa tra i
più giovani, e il bisogno di amore e di spazi per progetti si fa sentire
soprattutto tra i 36 e i 45 anni. Da notare le differenze di genere
per quanto riguarda i desideri (anche se gli scarti sono ridotti): rispetto
agli uomini le donne desiderano continuità di reddito, una casa propria,
sognano di viaggiare. Contro ogni stereotipo, sono gli uomini a volere maggiormente
un contratto a TI, a desiderare figli, socialità e amore. Inoltre, gli
uomini più delle donne desiderano maggiore accesso ai saperi oltre che
spazi e finanziamenti per avviare progetti. Se si guarda ai desideri rapportati
ai settori di lavoro, a desiderare maggiore accesso ai saperi sono primariamente
i liberi professionisti, coloro che hanno un contratto a TI desiderano spazi
e finanziamenti per progetti, chi non lavora desidera amore e un contratto a
TI (!!!), chi lavora saltuariamente vorrebbe viaggiare. Indicativo è
anche il rapporto tra desideri e definizione di sé: chi si auto-percepisce
come precario-a desidera reddito, una casa, un contratto a TI, gli autonomi
desiderano maggiormente finanziamenti per progetti e maggiore socialità,
gli intermittenti e la classe creativa sognano amore e figli.
8) Per quanto riguarda le domande 11 e 12 relative al rapporto tra precarietà
e natalità, la maggioranza “bulgara” degli intervistati (90,5)
concorda sul fatto che la precarietà incide sulla scelta di fare
figli e, quindi, su un dato biologico centrale nella vita degli uomini
e delle donne. In particolare, i più convinti che la precarietà
incida “fortemente” e non solo parzialmente sulla scelta di far
figli rientrano nella fascia d’età 26-35 (l’80% degli appartenenti
a questa fascia non ha figli) e sono in prevalenza lavoratori autonomi precari
e liberi professionisti-imprenditori.
9) Dalla domanda sul futuro del mondo si evince un quadro metereologico “nuvoloso con precipitazioni e segnali di schiarita in tarda serata”: il 16,92% vede il futuro nettamente negativo, il 33,83 pieno di rischi e incognite, il 43,28 pieno di rischi manche di opportunità positive; soltanto il 5,47% percepisce un’idea positiva di futuro. Sommando i dati la visione del tutto o parzialmente negativa (50,75) prevale, pur di pochissimo, su quella del tutto o parzialmente positiva (48,75). In generale, le donne sono più ottimiste degli uomini (54% vs. 40%), e i più giovani hanno una visione del mondo più negativa, mentre l’età porta a modulare e a rivedere giudizi nettamente negativi. Degno di nota il fatto che i più pessimisti sono i lavoratori saltuari, quelli che non lavorano e i dipendenti a TI (vedono il futuro negativo o pieno di rischi e incognite rispettivamente il 72%, l’80% e il 59% per ogni gruppo), mentre i precari e gli autonomi sembrano vedere più luci che ombre (giudicano il futuro negativo o pieno di rischi rispettivamente il 37% e il 39%).