inizio novembre 2007

Risposte ad un giornalista sulla sicurezza in ateneo. di francesca.

Caro XXX

chiedo scusa per il ritardo della nostra risposta. Le domande che ci fa sono piuttosto impegnative. Un po' di documentazione la può trovare sul
sito del nodo di Bologna della RNRP http://cbr.debord.ortiche.net/.
Come sa l'Università di Bologna è veramente gigante e ogni singola facoltà e persino ogni singolo dipartimento sono dei piccoli mondi. Per
cui accanto a luoghi dove la sicurezza è un'opinione (per essere gentili!) si trovano laboratori e dipartimenti perfettamente efficienti e in sicurezza.
In generale si può dire che la sicurezza sul lavoro in università è organizzata in modo, per così dire, gerarchico. I primi responsabili della sicurezza sono i direttori dei dipartimenti, poi i presidi di facoltà, e via via fino al rettore. I direttori però, di solito, nominano dei preposti, cioè delgi strutturati che hanno l'obbligo di
seguire corsi di aggiornamento, di verificare che le norme di sicurezza nei locali e nei laboratori siano rispettate e che tutti siano a conoscenza dei comportamenti da seguire in laboratorio. Teoricamente i corsi di aggiornamento dovrebbero essere periodici (credo annuali) e chiunque entri in laboratorio dovrebbe essere istruito su come comportarsi. Capita spesso, tuttavia, che per un motivo o per l'altro questo non succeda. Capita spesso di trovare persone che lavorano da sole in laboratorio, anche in ore notturne. Si tratta, di solito, delle persone alla base delle gerarchie universitarie, quelle più facilmente ricattabili, quelle che hanno più bisogno di lavorare, produrre, pubblicare. Cioè i precari. E i tesisti. Non tutte le tipologie di precariato, inoltre, sono coperte da assicurazione. Questo è uno dei tanti problemi legati alla miriade di diversi contratti con cui si può lavorare in università. Qualcuno se la deve pagare da solo. C'è da dire, nota positiva per l'università di bologna (non so se è lo stesso in altri atenei) che tutti coloro che lavorano all'università (precari e tesisti compresi) hanno l'obbligo, una volta all'anno, di fare la visita medica presso il dip. di medicina del lavoro (compreso l'esame del sangue).
I rischi che si possono incontrare lavorando in un laboratorio sono molteplici e dipendono, anche, dal tipo di laboratorio in cui si lavora. Chiaramente i rischi connessi ad un posto dove si usano materiali chimici saranno diversi da quelli dove si tratta con materiale radioattivo o di origine biologica o dove si fanno esperimenti sul comportamento umano o dove si costruiscono macchine agricole. Difficile fare una valutazione generale e, infatti, i rischi vengono valutati sulla base dei principali compiti che si svolgono in università ed anche la visita medica è articolata di conseguenza. Purtroppo, come detto, ogni dipartimento ed ogni struttura dell'università è un mondo a parte, per cui si possono trovare stabili nuovi, con sistemi antincendio funzionanti, uscite di sicurezza, o anche stabili antichi, ma ben ristrutturati, ma anche stabili nuovi mal progettati o stabili vecchi mai ristrutturati dove i laboratori si trovano in sotterranei privi di uscite di sicurezza.
E così si va avanti, continuando a lavorare in condizioni più o meno sicure, nella maggior parte dei casi senza sapere come comportarsi in caso di emergenza, e sperando che non succeda niente. E magari è proprio così e non succederà mai niente. Poi capita un bel giorno in cui qualcosa va storto. Può sempre succedere. A volte è un errore umano, distrazione, stanchezza, a volte è solo il caso; a volte va tutto bene perchè accanto a te c'è qualcuno che ti può aiutare (che sa cosa fare!) a volte no.

La manifestazione del 18 giugno è stata organizzata principalmente per chiedere maggiore attenzione degli organi accademici sui temi della sicurezza. Era una manifestazione aperta a tutti, organizzata dalla RNRP ma avevamo chiesto l'adesione di ricercatori, professori e tecnici, cioè di tutti coloro che, in un modo o nell'altro, lavorano nei locali dell'università (o fanno lavorare i loro sottoposti) e che ogni giorno vedono coi loro occhi qual è la situazione. Non c'era nessuno. Solo precari. In quell'occasione abbiamo incontrato il prorettore (il rettore a quanto pare non era in ufficio) a cui abbiamo esposto le nostre ragioni. Abbiamo detto loro che non ci sentiamo sicuri quando andiamo a lavorare, che troppo pochi di noi hanno seguito dei corsi su come ci si comporta in un laboratorio, che troppo spesso la sicurezza nei
laboratori e, più in generale, nei locali universitari è lasciata al buon senso di chi ci lavora (che di solito è molto buono, ma spesso non basta!). Qualcosa è cambiato da allora? Dove lavora chi scrive un certo numero di lavori di ammodernamento erano già iniziati da prima (dopo mesi e mesi di lamentele) e stanno continuando, anche se molto è ancora da fare. Altrove qualche laboratorio a chiuso. Altri fanno le orecchie da mercante. E qui sta il punto debole. Chi paga tutto questo? In quella manifestazione, fra le varie cose, avevamo chiesto maggiori finanziamenti. Ma il rettore piange miseria, il ministro piange miseria. E la sicurezza sembra meno importante di altre cose da finanziare. D'altra parte non è certo un problema solo dell'università (sappiamo tutti quanti sono gli incidenti sul lavoro in italia), tanto è vero che,
a quella manifestazione, avevano aderito anche alcuni vigili del fuoco. E noi continuiamo, ogni giorno, ad andare a lavorare, sperando che vada tutto bene, che nessuno si distragga, che non mi scivoli la bottiglia di mano, che nell'aria non ci siano vapori provenienti da chissà dove, che alla sedia non si rompa una gamba proprio ora, che....

Distinti saluti
Francesca