Il Manifesto, 10/06/2006, pag 13 - capitale e lavoro
Ricercatori, reddito e salario
Esperienze di lotta che accomunano settori diversi: «cognitivi», manuali, impiegatizi
Giusy Marcante
Bologna
Affollata presentazione quella di giovedì scorso a
Vag61, Officina dei Media Indipendenti di Bologna, dell'ultimo numero
della rivista Inchiesta dedicata ai ricercatori precari e al
futuro dell'università. Un incontro collettivo che è servito anche a
fare il punto sullo stato delle lotte dei ricercatori precari dopo le
mobilitazioni dello scorso autunno con la grande manifestazione del 25
ottobre contro il ddl Moratti.
Hanno preso la parola molti tra gli
autori dell'ultima monografia della rivista diretta da Vittorio
Capecchi. Torino, Milano, Bologna, Napoli, Pisa, Ferrara, Firenze sono
alcuni dei nodi della rete dei ricercatori a confronto, tra gli altri,
anche con Andrea Fumagalli. Con quest'ultimo e con Anna Carola Freschi,
che è stata l'editor di questo numero della rivista, abbiamo dialogato
attorno a un tema che negli ultimi tempi si sta affacciando nel
dibattito tra i ricercatori precari. Il lavoro del ricercatore, lavoro
cognitivo per eccellenza, va ascritto a quella dimensione di terziario
immateriale, lavoro cognitivo, in cui il tempo di lavoro e il tempo di
vita sostanzialmente coincidono?
Secondo Fumagalli la
remunerazione dev'essere quella di un «reddito di vita», per cui è
necessario un nuovo Welfare. Un reddito indiretto che, secondo un
ragionamento ospitato da questo giornale (Spedizioni esplorative sul
sentiero della precarietà, il manifesto, 17 maggio) assicuri
alcuni servizi di base ( mobilità, casa) per garantire diritti
universali di cittadinanza. Secondo Fumagalli «non possiamo essere
pasdaran di una sola posizione e dire che quello che conta è solo il
lavoro o che quello che conta è solo il reddito» perchè «per quanto
riguarda il lavoro cognitivo il reddito indiretto è centrale».
A
queste parole Anna Carola Freschi risponde in maniera dialettica,
sgombrando subito il campo dal fatto che esista una posizione nella
rete nazionale dei ricercatori precari su questi temi. «Siamo allo
stato embrionale della riflessione perchè noi questo dibattito non
abbiamo ancora avuto il tempo di farlo». La rete dei ricercatori dopo
la mobilitazione dello scorso autunno, ha scelto di mantenere un
profilo basso durante la campagna elettorale per non prestarsi a
strumentalizzazioni. L'idea della Freschi è che però la richiesta del
contratto a tempo indeterminato rimanga centrale. E cita l'esperienza
fiorentina dove la separazione tra materiale e immateriale sfuma.
Perché
se è chiaro che a livello locale si fanno vertenze per migliorare la
condizioni dei ricercatori con contratti a tempo determinato, c'è un
dato che non può passare inosservato. Anna Carola Freschi parla
dell'esperienza fiorentina di confonto tra precari. Tra quelli
dell'università e anche tra quelli della pubblica amministrazione,
delle cooperative di appalto: chi accetta il lavoro instabile
rappresenta una percentuale minoritaria. Perchè il lavoro precario non
è «nomade», soprattutto se pensiamo a quanto sia diffuso e strutturale
nel pubblico: enti locali e università.
Mancano totalmente le
cifre del numero dei ricercatori precari nell'università italiana.
Andando a spulciare i dati del Miur si può notare quanto negli anni si
sia assottigliata la forbice del rapporto tra professori ordinari e
ricercatori in ruolo a favore della massima proliferazione delle varie
figure. Dibattito aperto, quindi, alla ricerca di una difficile sintesi
e anche di cosa fare nel futuro prossimo venturo.
Come rapportarsi
con l'attuale governo e il ministro Mussi? Tra le idee già emerse e
riaffrontate nel pomeriggio bolognese quella di un convegno cui
invitare il neoministro mantenendo il tratto costitutivo
dell'autorganizzazione di questa rete dei ricercatori che ne ha
costituito la ricchezza e la capacità di relazionarsi ben oltre i
propri confini, ma con tutti gli altri soggetti che attraversano il
bacino della precarietà, dagli enti di ricerca ai sindacati.