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DOCENTI costretti a insegnare di più. E ricercatori che conquistano il
titolo di «professore», anche se aggregato. Con la conseguenza che
faranno lezione gratuitamente almeno per un corso da 60 ore. «Siamo contrari»,
dice Anna Borghi della Rete dei ricercatori bolognese. «Non ha senso che
vengano imposte 60 ore di didattica ai ricercatori, è un peggioramento
consistente. In questo modo saltano anche le possibilità per i precari
di avere contratti».
Arriva in Ateneo una piccola rivoluzione negli obblighi didattici dei docenti.
Linee di indirizzo approvate dal senato accademico che spaccano i ricercatori
e sulle quali lo stesso rettore prevede «resistenze». «Ci
saranno», commenta Pier Ugo Calzolari, «come in tutte le innovazioni
che vengono introdotte». Dal prossimo anno accademico i docenti che prima,
secondo un regolamento d´Ateneo, potevano fare dalle 90 alle 120 ore di
didattica in aula (lezioni ed esercitazioni), dovranno adeguarsi al tetto più
alto: 120 ore, che per facoltà come Ingegneria corrispondono a due corsi
all´anno, mentre per altre, come Architettura, a uno solo.
«Abbiamo applicato la nuova legge», spiega il prorettore alla didattica
Guido Masetti. «Così ci sarà un riequilibrio tra chi fa
di più e chi fa di meno». I docenti dell´Alma Mater mediamente
superano già le 120 ore: ne fanno 124. Ma c´è anche chi
ne fa meno e dovrà aumentare il carico didattico. Con proteste inevitabili.
«L´applicazione di questa nuova norma sarà graduale - frena
Masetti - né ci sarà una esplosione di corsi per permettere a
tutti i docenti di arrivare alle 120 ore. Le Facoltà troveranno il giusto
adattamento, questo comporterà una revisione delle dimensioni dei corsi».
Altro capitolo, i ricercatori. Gli stessi rappresentanti della categoria, spiega
Masetti, hanno spinto per ottenere il riconoscimento del titolo di professore
aggregato, come previsto dalla riforma Moratti. Ma c´è qualcuno
che contesta.
«Un titolo finto», dice Marco Carricato di Ingegneria. La conseguenza
è che se prima, almeno in alcune Facoltà, il corso (opzionale
almeno sulla carta) veniva pagato, ora è stato istituzionalizzato il
fatto che i ricercatori devono fare didattica senza compenso aggiuntivo in cambio
del titolo di «docente». Possono essere retribuiti - recita il nuovo
regolamento - solo gli incarichi svolti oltre le 60 ore di didattica cosiddetta
«frontale», ovvero in aula, e comunque nel limite delle 120 ore.
«Le difficoltà di bilancio sono note a tutti», allarga le
braccia il rettore. Piero Morelli, ricercatore di Costruzioni di macchine, protesta:
«Già i soldi sono pochi e l´impegno didattico è molto,
così si sancisce il fatto che le supplenze da 60 ore non ci saranno mai
pagate. Siamo tutti qui a piangere miseria, questo non ci aiuta». C´è
invece chi considera il titolo di «professore» una opportunità,
il riconoscimento dell´attività didattica da sempre svolta dai
ricercatori in modo invisibile. Ma il mondo della ricerca è attraversato
in questi giorni anche da un altro malessere. I ricercatori del Cnr, con la
rete dei precari universitari, si sono mossi con un appello al ministro Mussi
per chiedere chiarezza e garanzie sulle immissioni in ruolo previste dalla Finanziaria.
Solo al Cnr di Bologna su circa 600 ricercatori, oltre duecento vivono di assegni
e borse di studio.