Non siamo un'associazione riconosciuta. Siamo, d'altro canto, perfettamente riconoscibili. Abbiamo volti e storie che si possono incrociare quotidianamente dentro e fuori le mura delle facoltà dell'Università di Bologna. Ed abbiamo una storia collettiva che si sta scrivendo in questi giorni: da questa storia non è possibile prescindere, né per noi né per voi.
Siamo studenti…parecchi studenti…ma anche ricercatori e professori. Tra questi ultimi, alcuni sono strutturati, altri non lo sono. Dopo 7, 10, 12…15 anni di lavoro stabilmente precario, abbiamo deciso di ribattezzarli i "diversamente strutturati".
Siamo quelli delle lezioni in piazza e quelli delle occupazioni di questi giorni.
Siamo quelli delle lettere, dei comunicati, delle e-mail che viaggiano rapide
da un ateneo all'altro, da un nodo all'altro della rete e siamo quelli dei cortei
spontanei e non autorizzati. Siamo quelli che discutono con il rettore. E siamo
quelli che lo contestano.
Ebbene sì, siamo tutte queste cose insieme. Perché non intendiamo la protesta come forma di rinuncia al diritto di parola, allo scambio, al confronto…e, per altro verso, siamo convinti che nessuno possa chiederci di rinunciare alla protesta, per ottenere titolo a discutere.
Ancora, siamo quelli dei seminari di autoformazione e siamo quelli del blocco del 1° binario alla stazione di Bologna. Perché sul 1° binario non vogliamo prendere nessun treno che porti in un'altra città o in un altro Paese dove sia possibile – diversamente da quanto accade dalle nostre parti – studiare e fare ricerca: abbiamo scelto di formarci, insegnare e fare ricerca esattamente e precisamente nell'ateneo di Bologna. E non vogliamo cambiare idea.
Insomma, siamo quelli dell'ala dura e creativa, quelli dell'ala dialogante e radicale…in poche parole, non siamo altro che l'ala bolognese di quel movimento che nell'intero paese ha messo le ali e sta spiccando il volo.
IL PASSATO E IL PRESENTE CHE NON VOGLIAMO
Non ci è possibile, in questa sede, rendere conto del complessivo dibattito che qui come altrove stiamo sviluppando in ordine all'Università di ieri, di oggi e di domani. Dobbiamo limitaci, per ragioni di tempo, ad anticiparne solo talune conclusioni semplici, parziali e provvisorie: ebbene, il sistema formativo che vogliamo non è quello disegnato dalla coppia Tremonti-Gelmini, ma non è nemmeno quello odierno.
Respingiamo, perciò, con assoluta determinazione, ogni accusa di conservatorismo, peraltro assai bizzarra e pretestuosa quando proviene da chi si accinge, con vena persino restauratrice revanchista, a reintrodurre il maestro unico ed il voto in condotta nella scuola primaria. Non è un caso che manifestiamo tutti insieme, dalla scuola primaria all'università.
Venendo all'Università, andiamo subito al "merito" delle questioni. Partiremo da un’analisi molto schematica del sistema universitario e di ricerca attuale per poi trattare della legge 133 e dei suoi possibili effetti.
Da tempo ci siamo detti contrari a molti dei caratteri del sistema universitario e di ricerca attuale:
- all'autonomia degli atenei, intesa come concezione per cui le università debbano competere fra loro per attirare più studenti ed i migliori docenti, in modo che si creino le condizioni per la nascita di poli d'eccellenza e la conseguente svalutazione delle altre sedi;
- all’introduzione di nuclei di valutazione basati esclusivamente su criteri di produttività, senza tener conto di particolarità disciplinari, territoriali e qualitative;
- ad ordinamenti didattici basati sull’atomizzazione delle conoscenze e funzionali esclusivamente ai bisogni del mercato e delle imprese;
- agli attuali sistemi di reclutamento, quanto a quelli prospettati per il futuro, ed alle logiche baronali che li governano;
- alla precarizzazione delle figure che all’interno dell’università si occupano di didattica e di ricerca, e ad un uso sistematico del lavoro precario – se non addirittura gratuito - come modalità per ottenere didattica e ricerca a basso costo;
- all'incentivazione alla brevettazione dei risultati della ricerca, in quanto questi rappresentano e devono rappresentare un incremento della crescita culturale dell'intera comunità che sostiene la ricerca e non un vantaggio di pochi.
Sgombriamo il campo da un possibile fraintendimento: respingiamo con determinazione chi ci accusa di non credere nel merito, o chi sostiene che non ci opponiamo con forza a chi disperde le risorse pubbliche. Crediamo nel merito, nella qualità e nell'autonomia della ricerca e della didattica, e vogliamo che vengano valorizzati. Ma non crediamo che una concezione privatistica e quantitativa della conoscenza, quale ad esempio quella basata sul conteggio del numero di brevetti, possa costituire la base per una valutazione seria della qualità della ricerca e della didattica.
Alle critiche al sistema di ricerca e didattica attuale vanno aggiunte quelle recenti alla Legge n. 133/08. Quanto al portato di questa legge, va denunciata la drammatica miopia di chi sceglie con consapevole ed ottusa determinazione di disinvestire sul sapere, la formazione e la ricerca, che pure, per comune ammissione, rappresentano il cuore e i polmoni dell'attuale paradigma produttivo.
Soffocare e sopprimere il sistema di formazione universitaria pubblico, equivale, da questo punto di vista, a soffocare ed uccidere il sistema sociale e produttivo nel suo complesso. Tanto più nel tempo presente, quando l'università e i centri di ricerca – chi altri sennò – andrebbero investite del ruolo e della responsabilità di progettare alternative credibili ad un modello di sviluppo che attraversa oggi una drammatica crisi di natura strutturale.
E’ paradigmatico che il senato accademico di Bologna, in piena conformità con le linee guida dell’AQUIS, non si sia espresso sul disegno di destrutturazione del sistema di educazione pubblico che la 133 porta a compimento. Gli organi dirigenti dell’ateneo hanno, piuttosto, mirato a raccogliere le briciole che il sistema di finanziamento pubblico, puntando sulla differenziazione tra atenei. Quello che il senato accademico ha espresso è la richiesta di una distinzione tra atenei – atenei di serie A e di serie B – non fondata tanto su parametri di qualità nella ricerca e nella didattica, ma sulla base di criteri aziendalistici e gestionali. Per avere accesso all'AQUIS, infatti, è sufficiente possedere 2 di 3 requisiti: avere più di 15.000 studenti, aver speso meno del 90% dell' FFO in personale ed essere recensiti in almeno una delle classifiche accademiche internazionali, senza ovviamente specificare la posizione. Quelli delineati dall'AQUIS non sono reali criteri meritocratici; si tratta piuttosto di criteri puramente di bilancio spacciati per meritocratici.
Non è casuale che tali criteri dell'AQUIS si conformino totalmente alle linee guida delineate da Confindustria per l'università. In questo quadro, l'unico vanto degli atenei italiani, e del nostro in prima fila, consiste nello sfornare un alto numero di pubblicazioni a basso costo, vista l'alta produttività e la pessima retribuzione dei ricercatori precari italiani. Ricercatori italiani e muratori rumeni.
Allo stesso modo, non è casuale che la richiesta del senato accademico di Bologna di ottenere più fondi sia stata accolta dal decreto emanato in questi giorni dal ministro Gelmini. Il problema NON sta ovviamente soltanto nel fatto che il decreto non è lo strumento legislativo adeguato per affrontare un tema complesso quale la condizione del sistema della ricerca e dell’università oggi. Il problema NON è nemmeno solo che nel decreto hanno trovato espressione soltanto le richieste di alcuni rettori che con astuzia si auto-proclamano meritocratici per battere cassa ed ottenere le ultime briciole di finanziamento pubblico.
Il problema vero è che questo decreto, come anche tutte le leggi degli ultimi anni sull’università, non accoglie alcuna delle istanze espresse da questo movimento che, come in questi giorni è stato ribadito più volte nelle aule, nelle strade e nelle piazze, è una mareggiata, è dirompente e travolgente, irriducibile e non rappresentabile.
Istanze cui si può rispondere soltanto ripensando l’università e il sistema di formazione nel suo complesso, nel quadro complessivo del contesto sociale, di crisi, in cui ci troviamo a vivere.
Per queste e per molte altre ragioni, gli studenti, i ricercatori ed i professori, in stato di agitazione permanente presso l'Università di Bologna, chiedono a tutte e tutti, alla città, di condividere il loro percorso di riflessione, di partecipare alla costruzione collettiva di una reale autoriforma dal basso dell’università.
IL FUTURO CHE CI IMMAGINIAMO/VOGLIAMO RIPRENDERCI
In questi giorni stiamo dicendo che l’università vera non è quella chiusa nelle aule o nei palazzi di proprietà dell’ateneo; l’università non è e non deve essere un mondo a se stante. L’università vera è quella delle piazze di questi giorni, degli studenti, dei precari, dei ricercatori e dei professori; l’università è parte integrante del tessuto sociale di questa città, è nelle viscere di questa città. Questo è il presente che vogliamo e il futuro che vogliamo riprenderci.
Pensare ad una reale autoriforma dal basso dell’università, significa dunque creare e moltiplicare gli spazi ed i momenti in cui portare avanti forme di didattica e di ricerca differenti; spazi, dunque, che non solo rompano con quelle logiche di potere che fino ad ora hanno governato l’università, ma che al contempo riescano a produrre una nuova visione del sapere.
Un sapere critico, fondato sullo scambio e sulla costruzione collettiva e condivisa di conoscenze; un sapere che non legittima l’esistente, ma che in vario modo ne mette in discussione le sue logiche di dominio e di trasmissione.
Costruire un sapere altro, un sapere vivo in grado di sottoporre a vaglio critico l’esistente, l’organizzazione dell’economia, della scienza, delle forme di potere, dentro e fuori l’università: questo è il nostro obiettivo. E questo obiettivo si potrà dare solo se i rapporti gerarchici e di potere di cui è intessuto il sistema universitario vengono a cadere. Lo sappiamo tutti, e bene: l'università è un contesto rigidamente gerarchico, dove la gerarchia non e’ effettivo riconoscimento di competenze, ma rigida divisione in ruoli. La gerarchia porta ad una riduzione dello scambio delle conoscenze e della possibilità da parte di tutti di esprimersi liberamente. La gerarchia è inoltre causa della gestione clientelare delle procedure di reclutamento, oltre che dello sfruttamento di chi è precari*. La gerarchia induce i precar*, e non solo i precar*, a non prendersi i propri spazi, ad avere paura.
Quello che vogliamo, dunque, non è un sapere in pillole, preformato, compartimentato, disciplinare e disciplinato, adatto ad un sistema gerarchico e baronale. Vogliamo riprendercelo, il sapere. Crediamo infatti nell'autonomia della ricerca e della didattica, nella necessità di aprire nuovi spazi, orizzontali, in cui studenti, ricercatori e docenti producano sapere nuovo, vivo, in cui le diverse conoscenze si intersechino e i rigidi steccati delle discipline vengano superati.
Questo, in estrema sintesi, il nostro programma: vogliamo tempi, spazi e soldi per progetti di ricerca e di formazione autonomi.
Vogliamo riprenderci spazi, autonomia per fare scienza e didattica bene, perché ci piace farlo.
Vogliamo superare i confini tra discipline, perché, lo dicevamo nei nostri slogan ai cortei, “il sapere è indisciplinato”.
Vogliamo inventarci progetti di ricerca, proporli anche se l’ordinario da cui dipendiamo non è d’accordo.
Vogliamo avviare progetti di autoformazione. Vogliamo crediti per questi progetti e fondi per finanziarli.
Vogliamo smettere di pagare tasse insostenibili.
Vogliamo che stage e tirocini siano retribuiti.
Vogliamo un salario minimo per fare ricerca.
Vogliamo fare uno sciopero del lavoro nero, per far vedere che questo ateneo è strutturalmente sotto organico.
Vogliamo smettere di avere paura – per la “carriera”, per il futuro. Basta con le gerarchie. Basta con la sfiga. Siamo “naufraghi del sapere”, dice un nostro striscione. E un altro, più grande, che è arrivato fino in stazione al corteo del 21 novembre, dice “sapere precario”. Orgoglio precario.
Soltanto un mese fa i nostri volti erano invisibili, nelle aule, nei laboratori e nelle biblioteche. Ora siamo in tanti e tante: studenti, ricercatori, precari e strutturati. Ed in tanti e tante stiamo attraversando la città con lezioni, assemblee e cortei. Per difendere la scuola e l’università pubblica. Per riappropriarci del nostro futuro, perché siamo parte di questa onda che ha invaso e sta invadendo la città. Di questa onda che sarà una mareggiata, che è già una mareggiata.
Sciamo scesi in piazza per opporci a chi, con tagli al finanziamento e blocchi al turn over, sta bloccando il nostro futuro; per dire tutti assieme che noi questa crisi non la paghiamo. Ma per dire anche che non vogliamo tornare al passato. Lo abbiamo scritto nei volantini, urlato nelle assemblee: “Non ci interessa la crisi di questa università, perché ne vogliamo costruire – e ne stiamo costruendo - una nuova”.
In questi giorni stiamo sperimentando un fantastico mondo alla rovescia – sembra che i sogni, per una volta, magicamente si avverino. E questi sogni, nessuno li può bloccare. Parola di studenti, di ricercatori, di professori, parola di precari, parola di inversamente strutturati.
Non ci interessa la crisi di QUESTA università, perché ne stiamo costruendo – vogliamo costruirne – una nuova.
Assemblea di ateneo No Gelmini student* e ricercat* precar*