Siamo tanti, tantissimi. Siamo precari e ricercatori.
Siamo precari frutto del meraviglioso “3+2”, che ha aumentato vertiginosamente
l’offerta didattica nelle università, ma anche contratti e contrattini,
borse e borsette, per una vita non flessibile ma precaria.
Siamo anche ricercatori cosiddetti “strutturati”. All’inizio,
ci aspettavamo tantissimo dal rapporto con gli studenti: la funzione sociale
del ricercatore, lo scambio fruttuoso delle conoscenze… Poi molti di noi
si sono trovati ad insegnare in aule con 200/250 studenti, vedendoli forse appena
30 ore in un anno e magari nell’attimo della registrazione dell’esame
(che ovviamente è scritto). Momenti di scambio indimenticabili…
E con la “Y”, il nuovo percorso di studi inventato da Letizia Moratti,
sarà anche peggio…
Alcuni di noi hanno provato a fare i concorsi e hanno perso, pur avendo curricula
invidiabili. Ed a volte i vincitori non avevano pubblicazioni scientifiche di
livello superiore, però avevano cognomi familiari… nel mondo dell’università.
Per altri è andata bene, hanno vinto “il” concorso. E dopo
cosa è accaduto? Se la nostra ricercatrice o il nostro ricercatore è
un ingegnere, allora gli saranno toccate 120 ore di didattica frontale l'anno
e magari (vita beffarda) le prese in giro dei colleghi che hanno scelto di lavorare
nel privato: gli stipendi non sono simili. Se invece la ricercatrice o il ricercatore
è un umanista, gli sarà potuto capitare di non avere un computer
o altri strumenti essenziali per fare ricerca. In fondo a cosa serve un computer
in facoltà? Si può sempre lavorare a casa, no? Ai Consigli di
Dipartimento, gli potrà anche esser capitato d’incontrare persone
mai viste prima, dopo anni e anni che egli frequenta la struttura: le consulenze,
si sa, sono molto impegnative... D’altro canto, il ddl Moratti lo riconosce:
a cosa servono didattica e ricerca? Molto meglio pagare chi fa consulenze all’esterno.
Ma lo stipendio non conta, le strutture neppure: crediamo tutti nel valore della
conoscenza e nella ricerca! Anche se intorno a noi l’assunto che pare
condiviso e’ che quello che ognuno studia e indaga sono fatti suoi. Eppure
fuori Italia e’ spesso diverso – e’ per questo che tanti tra
noi fuggono.
Effettivamente sì, almeno NOI (vita beffarda) ci crediamo davvero. Crediamo
nel valore sociale della ricerca, crediamo nella ricerca pubblica. Crediamo
che la conoscenza non possa essere custodita gelosamente, crediamo che essa
non si consumi, crediamo che essa si approfondisca e moltiplichi nel momento
stesso in cui si diffonde. Crediamo nell’università come bene comune,
crediamo sia possibile migliorarla e cambiarla …. Ci crediamo e ci proviamo.
PS: Una precisazione finale, in riferimento all’articolo di Repubblica del 15 febbraio dal titolo “I ricercatori sempre in lotta accolti nella fabbrica di Prodi”. Siamo un movimento autonomo, auto-convocato. Cerchiamo sostegno, non appartenenze. E quindi… senza fabbriche per cortesia.
Rete Nazionale Ricercatori Precari - Nodo di Bologna
Coordinamento Bolognese Ricercatori Universitari